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AAVV – Space Echo

La storia è di quelle incredibili e inizia il 20 marzo 1968, quando un cargo salpa dal porto di Baltimora diretto a Rio De Janeiro con un carico molto particolare: nuovissimi aggeggi prodotti dalla Korg, Moog, Farfisa e Rhodes pronti ad essere immessi sul mercato, ma non prima di aver fatto bella mostra di sé alla Exposiçao Mundial Do Son Eletrônico.

Fatto sta che quella nave a Rio non arriva mai, anzi  sparisce il giorno stesso della partenza; data per persa, riappare mesi dopo nel bel mezzo di un campo vicino al villaggio di Cachaço, sull’isola di São Niculao, Capo Verde, alla notevole distanza di 8km dalla riva più prossima (e, per intendersi, praticamente dal lato opposto dell’Atlantico rispetto alla originale destinazione del bastimento). Come diavolo sia finita laggiù e dove sia sparito l’equipaggio rimangono un mistero; gli autoctoni iniziano a credere sia piovuta dal cielo: gli scienziati locali e quelli portoghesi confermano questa ipotesi surreale.

Non meno bizzarra la scoperta del contenuto dei container stipati sulla nave: pianoforti elettrici, sintetizzatori, tutta roba totalmente inutile in un posto per la maggior parte privo di energia elettrica. È allora che Amílcar Cabral, leader anticolonialista, ha un’idea: piazzare quegli strumenti nelle scuole, unici luoghi in cui poterli attaccare alla corrente. La genuinità di quell’intuizione farà si che questa vicenda acquisti un senso: diverse generazioni di ragazzini crescono smanettando con gli ultimi ritrovati della tecnologia musicale, la uniranno ai ritmi locali, creeranno trascinanti e bizzarre composizioni che non varcheranno mai i confini di quell’arcipelago ma che oggi sono la testimonianza diretta – oltre che del più improbabile esito che un naufragio possa avere – dell’importanza di crescere avendo a disposizione strumenti adatti a stimolare la creatività.

Questo è ciò che racconta Space Echo: The Mystery Behind The Cosmic Sound Of Cabo Verde Finally Revealed, compilation messa insieme dalla Analog Africa e pubblicata nel 2016 con uno strepitoso packaging e contenuti curatissimi.

La maggior parte dei brani si avvale della stessa backing band, la Voz De Cabo Verde capeggiata dal talentuoso pianista/chitarrista/arrangiatore Paulino Vieira, che ad un certo punto riuscì a fare ben più di infiniti sold out nelle sale da ballo locali: la fama di quell’ensemble attirò in patria musicisti che da Capo Verde erano emigrati in tutt’Europa, ansiosi di registrare le loro cose con dei musicisti che condividessero le medesime radici. Nasce così il cosmic sound di Capo Verde: una mescolanza estremamente inclusiva di ritmi indigeni (mornas, tabanka, coladeiras, funaná) e sonorità più o meno nuove importate dalle americhe e dal vecchio continente.

Ogni tanto pare di ascoltare strane variazioni del fado portoghese o ritmi imparentati con salsa, merengue, tropicalia, canti intonati nel bel mezzo delle piantagioni di canna da zucchero, fino – e sono forse i momenti più divertenti e freak – alle devianze africane della disco music (That Day di Fany Havest, ad esempio, è solo versione più grezza di quello che stava nel frattempo combinando Tee Mac in Nigeria).

La forza di un progetto come Space Echo (e, in questo senso, definirla “raccolta” è assolutamente riduttivo) non sta solo nel voler rendere omaggio ad una generazione di musicisti che non ha mai avuto alcun vero riconoscimento fuori dalla propria comunità di origine, ma anche nell’esplorare le loro storie: il libretto è zeppo di interviste ai protagonisti di questa musica, di loro ricordi e del lungo viaggio che li portò lontani da Capo Verde, poi di nuovo lì e poi ancora ovunque, seguendo traiettorie imprevedibili. Esattamente come quella nave che liberò il loro talento.