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Broken Social Scene – Let’s Try The After (Vol. 1)

Chiuso il periodo immediatamente successivo a Forgiveness Rock Record (2010), l’addio alle scene dei Broken Social Scene era stato – insieme a quello degli LCD Sounsystem – un bel chiodo piantato sul fervore degli anni zero e sulla giovinezza di molti.

Forse non è un caso che entrambe queste band siano tornate: a voler essere maligni è il segno che il tempo scorre così veloce che ormai anche la retromania ha un periodo di latenza brevissimo. Ma ciascuna ha trovato energie creative sufficienti a giustificare il proprio ripensamento.

Nel caso dei BSS si è trattato di Hug Of Thunder, appena un paio di anni fa, e ora questo primo Let’s Try The After (Vol. 1), ep che a quanto pare avrà un seguito (as usual: prima o poi).

Va anche detto che All I Want non aveva fatto ben sperare, perché più che farina del loro sacco sembrava un outtake da Merriweather Post Pavillion (a proposito di anni zero), e presa singolarmente è ancora così; ma allargando lo sguardo all’insieme di questi 20′ scarsi se ne può intuire il senso.

Let’s Try The After pare la prosecuzione di un discorso interrotto, uno in cui i BSS tornano a guardare con curiosità i frammenti di quello che è stato; il loro sguardo e le loro intuizioni sembrano tornate quelle di una volta, quelle di You Forgot It In People (2002) e Broken Social Scene (2005), mondi non attuali che però loro riescono a non far apparire tanto distanti.

Ed è meraviglioso, dalla breve intro strumentale di The Sweet Sea passando per il ritmo veloce di Remember Me Young (appunto…) – uno strumentale in continua ascesa – e poi per le schegge di melodia disturbata di Boyfriends e 1972 con i suoi fiati caldi e le voci disturbate da un canale all’altro; si chiude con All I Want, che tiene tutto insieme con ritmi da club ed è come il tappo del frullatore: senza di quello si spargerebbe tutto in giro con notevole casino.

Bentornati Broken Social Scene, grazie per averci riportato indietro sui nostri passi ed averci ricordato di cosa anche noi eravamo capaci. E chi dice che non lo siamo ancora?