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Editoriale: io non mi sento italiano, ma per fortuna o purtroppo…

Io non mi sento italiano… ma per fortuna o purtroppo lo sono.

Perchè riassumere in un concetto la mia appartenza nazionale è complicato. A cosa dovrei fare riferimento? Alla storia – forse troppo recente – che ha unito questo paese, o che dovrebbe averlo fatto? Alla storia che ti insegnano quando hai circa 12 anni e ti interessa più dimostrare che tifi una squadra di calcio rispetto a capire perché una persona che abita a 500 km di distanza da te è simile a te. E crescendo capisci che quella storia è stata un passaggio, un periodo di transizione, uno dei tanti periodi che hanno colpito vari punti e diverse persone vicine e distanti fra di loro. Io non mi sento italiana perché quando penso alla casa, ai miei valori sono ancora parzialmente staccati da un concetto di unità e difficilmente potranno tradursi in patriottismo.

Perché se faccio solo 50 km, nemmeno 500, trovo e troverò sempre qualcuno che ha il ricordo ancora acceso di una guerra, di un diverbio di una diffidenza, perché da noi globale e locale sono due parole scritte solo sui libri. Perché mi sembra che solo per l’Italia venga stravolto il concetto di orgoglio nel tentativo di dimostrare che il non visto, il non voluto, le debolezze, i voltagabbana politici, umani, storici e di ogni giorno siano i nostri valori.

Ma poi c’è quello che non ha parole: la campagna dove vivo, la mia Milano, le conchiglie del marmo di Verona, le persone che ho conosciuto, la consapevolezza che una linea di demarcazione in realtà non c’è. La volontà della mia generazione di cambiare, di aver scoperto che la soluzione c’è ed è andare avanti; dimostrare che il buono di ognuno, di ogni tradizione locale, di ogni pezzo da assemblare, è sapere che li porterai sempre con te, e che per fortuna, o purtroppo, sei italiano.

Bianca

La vita è fatta di scelte.

Su pochi aspetti non si ha potere decisionale e uno di questi è il luogo di nascita, lo stato a cui per sangue sei legato. Sono nato in Italia e questo è il mio paese, quello a cui se non altro per senso civico e del dovere appartengo.

Ad essere sinceri e guardando al presente non è cosa di cui esser fieri, anzi c’è quasi da sentirsi in colpa. Oggi l’aggettivo “italiano” significa furberia, raggiro, superficialità, rassegnazione, servilismo, omertà, disorganizzazione e più di tutto divisione. Siamo parte dell’Europa ma non sappiamo nemmeno come si chiama il nostro vicino di casa (se si esclude i casi in cui lo abbiamo denunciato). Riconoscendomi marginalmente in questi atteggiamenti così legati all’immagine del mio paese non posso che dire, un po’ presuntuosamente, che io non mi sento italiano.

D’altra parte però, per fortuna o purtroppo, lo sono. Ed è davvero una fortuna sapere di essere nati in una nazione che, nonostante sia formalmente unita solo da 150 anni, vanta una storia secolare e un ruolo di primo piano nelle vicende dell’uomo su questo pianeta. Il passato non è solo una responsabilità o un alibi, ma un motivo d’orgoglio per ricordarci ogni giorno quanto questo popolo sia capace di fare nonostante tutto, anche musicalmente. Una capacità di resistere e arrangiarsi che stiamo quasi trasformando in un difetto più che in una risorsa, perché a forza di accettare e non reagire, chi è più furbo se ne approfitta e chi smette di sperare si lascia convincere dalle soluzioni facili. Un errore che paghiamo e pagheremo a caro prezzo.

Andrea

Io non mi sento italiano..: le Fs; la concezione eversiva della democrazia; il razzismo del nord est; i cantieri aperti da trent’anni; l’opera lirica; la lega nord; la burocrazia; il wifi che non c’è mai; il traffico; la riforma della giustizia fatta da un imputato; la corruzione e la gente che non paga le tasse; lo stato che si prende la metà di quanto guadagno e la pensione che non arriverà mai; Sanremo; la benzina che non cala; Ustica e tutte le verità che non esistono; la sinistra troppo al centro, il Vaticano ovunque; la camorra, che al nord non c’è, poi arrestano 40 persone al giorno; Pompei che crolla; l’approssimazione e il pressapochismo; la Rai che non sarà mai la BBC; il calcio pure a mezzogiorno e la pallacanestro mai; la vita che non è tua e non puoi scegliere se andartene. Il fatto è che questo Paese si regge sulla buona volontà, nulla è mai dovuto, sei sempre tu che comunque devi qualcosa.

.. ma per fortuna o purtroppo lo sono: la resistenza; le colline marchigiane con il sole, e la pioggia nella pianura padana; il vino buono e la pizza; le isole Tremiti; Ennio Morricone e Mario Monicelli; il rinascimento, il risorgimento; Leonardo Da Vinci; i bar ad ogni angolo; i mondiali del 2006; i referendum sul nucleare, sull’aborto e sul divorzio; i miei nonni nati e morti qui; l’articolo 3 della Costituzione, e tutti gli altri; la dolce vita. E un sacco di altre cose, molte delle quali passate.

Paolo


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