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Gladstone Anderson with Lynn Taitt & The Jets – Glad Sounds

glad_soundsGladstone Anderson se n’è andato all’inizio del dicembre scorso, aveva 81 anni ed è stato uno di quei musicisti mai celebrati (almeno a queste latitudini) ma fondamentali.

Giamaicano, pianista e tastierista, imprescindibile nella nascita e nello sviluppo di quei suoni che oggi chiamiamo ska e rocksteady.

Anzi, a dar conto alle leggende, fu proprio lui ad inventare quel termine: rocksteady. In studio, Lynn Taitt e i suoi Jets avevano chiesto a Gladdy di rallentare il tempo di quello che sarebbe diventato il primo classico del genere, Take It Easy; riascoltandolo, proprio lui se ne sarebbe uscito con quella stramba definizione, «hey, rocks steady!».

Forse non andò così, ma Gladstone Anderson era ricercatissimo da band e produttori per il suo tocco sopraffino e dolce: gli Skatelites, Coxsone Dodd, Alton Ellis, Roy Shirley, Hopeton Lewis (che appunto portò all successo Take It Easy), almeno finché non decise di mettersi lui di mettere insieme un manipolo di musicisti – la Gladdy’s All Stars – che cambiava nome a seconda delle circostanze.
Ad esempio, quando lavoravano con Lee ‘Scratch’ Perry si chiamavano… The Upsetters.

Ci sarebbe molto altro da raccontare ma il contesto ormai è chiaro.

Questo Glad Sounds – registrato nei leggendari Federal Studios, pubblicato nel 1968 dalla Merritone e ripescato dalla Dub Store Records nel 2011 – raccoglie una eccelsa mezz’ora di rocksteady integralmente strumentale accreditata a Gladstone ‘Gladdy’ Anderson with Lyn Taitt & The Jetts.

Il packaging è minimale, la copertina è quasi natalizia, ma il titolo ne descrive esattamente il contenuto: un tripudio primaverile di dolcezze in levare, nel quale Gladdy si muove tra i tasti neri e bianchi a dettare il tempo, guidando il basso pulsante e gli ottoni.

Non è un panorama torrido, la lontananza dai soundsystem fracassoni è evidente: si tratta più che altro di una specie di agitato relax, un trip intenso e allegro.

Ripescare Glad Sounds è un ottimo modo per ricordare Gladstone Anderson o scoprire per la prima volta la sua arte, viaggiare in Giamaica e ficcarsi nelle radici – e nel cuore – di quel suono molto prima che venisse esportato e massificato.

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