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Keith Richards – Talk Is Cheap

Per almeno due decenni, Keith Richards aveva giurato e spergiurato che non avrebbe mai pubblicato un album solista.

Ma nella seconda metà degli anni ’80 i rapporti con Mick Jagger erano al minimo storico: durante il decennio precedente Keef era sprofondato nell’eroina e ne era riemerso infinitamente grato a Mick per aver tenuto in piedi la baracca durante la sua assenza.

Però quello si era ormai allargato un po’ troppo e aveva iniziato a fare e disfare i Rolling Stones a proprio piacimento, a deciderne la direzione – sempre puntando verso ciò che di volta in volta sembrava più trendy – e a dettarne l’agenda.

Il tutto ammesso e non concesso, a ben vedere, che a Mick gliene fregasse ancora qualcosa della band, dato che si era via via trasformato in un assiduo frequentatore del jet-set e che si accompagnava più volentieri a David Bowie e Tina Turner che ai ragazzi con i quali era cresciuto ed arrivato al successo.

E questo a Keith non andava affatto bene, al punto che prese come un vero e proprio affronto personale She’s The Boss, l’album del 1985 con cui Jagger tentò di affermarsi come solista – e per la cui creazione aveva praticamente disertato le registrazioni di Dirty Work, rifiutandosi persino di portarlo in tour.

Va detto che Keef aveva tentato di far sbollire la rabbia tenendosi occupato: producendo Aretha Franklin, partecipando alle gloriose celebrazioni per il 60° compleanno del suo eroe Chuck Berry (il film Hail! Hail! Rock’n’Roll), mettendo la chitarra al servizio di Tom Waits in Rain Dogs; quando però Mick ci mise il carico, perseverando nel suo obiettivo con la pubblicazione di Primitive Cool (1987), allora Richards non vide altra via d’uscita che rompere quella promessa.

Ovviamente lo fece a modo suo: senza particolari mire commerciali, radunando un po’ di amici, privilegiando un garage/blues assolutamente fuori contesto in quel decennio  e scrivendo un pugnetto di liriche sanguinose da cantare con la sua voce strangolata.

Per divertirsi, per divertire, per mostrare a Jagger cosa si stava perdendo.

Nonostante – o forse proprio grazie a – questo approccio molto poco pretenzioso, a trent’anni di distanza ancora si parla di Talk Is Cheap mentre i dischi di Mick sono dimenticati da qualche parte, invecchiati pure peggio di come erano stati tirati insieme.

Il cuore, la credibilità, le radici rock’n’roll che avviluppano questi quasi cinquanta minuti di musica e alcuni momenti particolarmente riusciti – il suono fifties di I Could Have Stood you Up, con tanto di Mick Taylor; il lavoro dei Memphis Horns in Make No Mistakes; la chiusura in gloria con una ballata notevole (Locked Away) e due riff di quelli che avrà pensato sarebbe stato meglio usare lui stesso anziché vederci sculettare su Mick (Whip It Up e It Means A Lot) – sono la parte migliore del primo parto solista di Keef.

Ma Talk Is Cheap (volutamente) non dà mai davvero l’impressione di trovarsi alle prese con un album degli Stones, al massimo con un loro spin-off. Così fu concepito e così va preso nel suo piacevole divagare.

Dopotutto, è pur sempre il disco che salvò i Rolling Stones dalla distruzione: anziché spaccare tutto, Richards decise di creare qualcosa e vendicarsi così, con un’opera della quale – per un verso o l’altro – ancora si parla e (soprattutto) che ancora si fa ascoltare.