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Kim Gordon – No Home Record

Si dice, comunemente, che ciò che rende tali gli artisti sia la loro sensibilità. La loro diversa capacità percettiva e l’abilità nel dare una qualche forma concreta al loro sentire: sia musica, sia un dipinto, una scultura o un’insieme di parole rilegate.

No Home Record è un’opera che riflette perfettamente l’oggi: veloce, complesso, frammentario ed incoerente, spesso violento.

D’improvviso quello che Kim Gordon raccontava in Girl In A Band – come descriveva sé stessa e il suo modo di rapportarsi al mondo – acquista un senso vero e profondo, perdendo ogni traccia di pretenziosità.

Il suo essere artista non l’avevamo visto prima, non così chiaramente, ciechi noi o era passato in secondo piano nell’amalgama scintillante dei Sonic Youth.

Fatto sta che a quasi un decennio dalla conclusione di quell’esperienza, Kim è tornata in studio e ha scoperchiato il vaso di Pandora: No Home Record pare una di quelle sculture fatte allo stesso tempo di vetro, plastica, ferro, tessuto, gomma e fuoco.

Ha un’architettura frastagliata, in cui le chitarre sono qualcosa di assolutamente eventuale, residuale, e quando stanno in primo piano vivono di sussulti punk, o post punk (Air BnBMurdered Out e Hungry Baby). Ma sono, appunto, una goccia nel mare; spesso Kim Gordon plasma le sue parole su rimbalzi techno soffocati dall’altra parte del muro (Don’t Play It, Cookie Butter) o si affida a suoni e rumori concreti, quasi industrial (Sketch Artist, Paprika Pony, Get Yr Life Back), la cui essenza sta proprio nel loro essere sguaiati, sparsi, guastati.

Lei canta, grida, declama sulle ceneri di una gioventù sonica che qui rivive solo nell’attimo in cui ne rievoca l’intento e lo spirito originario – ovunque sia finita, è Kim a portarne la torcia a tanti anni di distanza: No Home Record riaccende quella filosofia no wave che guidava i Sonic Youth fino a Sister (1987).

Ed è il materiale perfetto per tessere un racconto destrutturato che sembra prendere di mira il banale e l’assurdo dei tempi che corrono, sembra voler mordere la coda di paglia di una società velocissima nell’assuefarsi a comfort impensabili ed altrettanto a lasciarsi alle spalle, noncurante, ogni barlume di sensibilità.

Questo disco è una montagna di sale rovesciata su una ferita altrettanto imponente.