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Plaid – Not For Threes

Non fosse stato per Björk, forse Andy Turner e Ed Handley non avrebbero resuscitato il nome Plaid, con il quale nel 1991 avevano iniziato a sganciarsi dal progetto Black Dog pubblicando l’album Mbuki Mvuki e che nel frattempo era stato chiuso in un cassetto.

Ma lei li aveva voluti in tour e loro avevano ritrovato il gusto di scrivere e comporre: nacque così Not For Threes, il loro fresh-start datato 1997 e targato Warp.

In questa storia il tempo ha portato con sé alcune cose che tendiamo a dimenticare (oltre a Mbuki Mvuki), prima tra tutte l’importanza dei Black Dog e quindi il ruolo di Turner e Handley nello sviluppo della techno di inizio anni ’90: il fatto che il progetto per cui saranno più ricordati prese davvero il volo solo nella seconda metà di quel decennio – pochi anni, ma che avevano già cambiato molto – ed il tardivo approdo all’etichetta più all’avanguardia di tutte alterano la comune percezione che si può avere dei Plaid. Ma lo status che va loro riconosciuto è pari a quello di nomi più celebrati come Autechre, Aphex Twin, LFO.

L’altro fattore per cui forse non è immediato pensare ai Plaid come pionieri è proprio l’essenza di Not For Threes, decisamente meno astratta rispetto al suono che avevano contribuito ad inventare anni prima. Quasi un’ora e un quarto densissima in cui i due legano insieme molte cose: IDM e ritmi jazzati (Getting, Rakimou), beat giocosi e voci femminili spesso solo campionate (Myopia), ospiti d’eccezione (proprio Björk su Lilith e Nicolette Massive Attack – su Extork), rumori statici e alterazioni sensoriali (Prague Radio, Headspin).

Questo album è un tour de force, è disorientante, è un affare molto strano; ma Not For Threes – in ultima analisi – è l’opera che prende l’elettronica di inizio anni ’90 e la catapulta al decennio successivo, anticipando i modi rilassati che domineranno gli anni zero. E, contemporaneamente, è l’unico momento in cui quei suoni così chill saranno qualcosa di più che la colonna sonora di un aperitivo.