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Spiritualized – And Nothing Hurt

Ogni volta è l’ultima volta e nemmeno And Nothing Hurt fa eccezione: potrebbe essere il punto d’arrivo degli Spiritualized. O Forse no, chi lo può sapere.

Fatto sta che ci ritroviamo per le mani l’ennesimo lavoro tesissimo nel suo incessante aspirare ad una condizione personale che sia, se non migliore e definitiva, in qualche modo almeno un po’ decente.

In questo caso la lavorazione di And Nothing Hurt non è stata segnata dai guai fisici di J Spaceman (come la polmonite che quasi se l’è portato via prima di Songs In A&E o il fegato malandato in Sweet Heart Sweet Light), ma dallo smarrimento portato dall’arte di arrangiarsi: privo di fondi sufficienti a lavorare in studio ed a pagare musicisti che suonassero le complesse parti orchestrali che aveva in testa, Jason Pierce ha dovuto procurarsi un computer, imparare ad usare Pro Tools, ascoltare una montagna di album di musica classica e quindi capire come campionare esattamente le note che andava cercando e alla fine mettere tutto insieme (non prima di suonare quanto ci fosse da suonare). Si è chiuso in casa e con notevole ostinazione ce l’ha fatta. Ci ha messo qualcosa come cinque anni.

La storia di come tecnicamente è nato il disco l’ha raccontata lui stesso e, non l’avesse fatto,  sarebbe stato impossibile accorgersi delle differenze tra questo ed uno qualsiasi dei precedenti lavori degli Spiritualized.

Ma nonostante si sia trattato di un parto soffertissimo, figlio di una ossessività che alla lunga si è rivelata sfibrante, questo album non trasuda disperazione. Piuttosto, porta con sé la calma inquieta di chi, dopo averne viste e vissute tante, almeno scorge l’oggetto del proprio desiderio.

Un mood che assume molte forme diverse: alcune esplosioni strumentali chiamano immediatamente alla mente le trame fittissime di Ladies And Gentlemen We Are Floating In Space (su tutte quella di On The Sunshine, il boogie forsennato di The Morning After o il meraviglioso break di Damaged); i versi di A Perfect Miracle e I’m Your Man vivono di evidenti contrapposizioni e Here It Comes (The Road) Let’s Go fino alla fine pare una specie di romanticissima mappa salvo rivelarsi un tortuoso percorso verso la dissolutezza oppiacea (a proposito: questo trittico iniziale vale da solo il resto dell’album); in Let’s Dance va tutto bene finché ci sono i Big Star; The Prize dubita della forza risolutiva dell’amore.

In And Nothing Hurt, che in definitiva è l’ennesimo album da applausi, Jason Pierce sembra arrivare alla conclusione che, per quanto ogni scossone che la vita ci riserva possa fare un male immenso, allo stesso tempo nulla davvero può scalfirci se dubitiamo costantemente di noi stessi, dei soldi che abbiamo in tasca, del nostro senso della direzione, se non ci fidiamo della notte perché troppo buia e del giorno perché troppo acciecante.