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Plaid – Polymer

I Plaid sono praticamente un’istituzione. E se negli anni magari è sembrato avessero perso un po’ di smalto, Polymer ce li rende in gran forma e guidati da una rinnovata creatività.

Lo spunto oggi sono i polimeri, molecole che «con la loro resistenza quasi noiosa, durevolezza, persistenza fastidiosa, la questione del ‘naturale vs sintetico’, seta e silicone, il significativo effetto che hanno sulle nostre vite, sembravano dei temi buoni per questo album».

Queste parole (che tra l’altro potrebbero definire benissimo gli stessi Plaid ed il loro percorso) rendono l’idea di che opera sia Polymerbeat erosi ma mai completamente sconfitti, il tocco umano che si sente deciso ma pare guidato da logiche destrutturanti, i passaggi più disturbanti come accelerazione verso un oltre non ben definito ma certamente presente.

Più che creare, Polymer reinventa, ricicla, rinnova. Chiede di essere seguito, passando attraverso orizzonti apparentemente inscalfibili (Maru), altri stranamente quieti (Nurula), lasciando intravvedere ritmiche che sembrano essere appartenute ai Kraftwerk (All To Get Her); sa farsi quasi solenne (Drowned SeaDust), poi in un attimo insolente (Crown Shy) e chiude addirittura con le chitarre in primo piano.

Insomma, i Ed Handley e Andy Turner sono tornati a creare una bella avventura; hanno mischiato la voglia di rimanere loro stessi con il fatto di doversi adattare all’incertezza del presente.