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Steve Hiett – Down On The Road By The Beach

Chiudere gli occhi e scivolare via. Fluttuare lontano, senza peso, i sensi vigili ma lievi.

Guardare giù dal blu dell’aeroplano, mentre la terra in basso sembra al rallentatore pur viaggiando velocissimi.

Oppure l’abbraccio confortevole di un mare caldo, spaventoso e sconfinato: le sensazioni che trasmette Down On The Road By The Beach non si trovano altrove.

Steve Hiett – il suo nome sarà sempre legato alla fotografia, quella delle riviste patinate del jet-set come Vogue o Marie Claire, ma aveva i piedi ben piantati nel rock’n’roll.

Non solo perché a lui si deve uno degli ultimi ritratti di Jimi Hendrix (Isle Of Wight Festival, 1970) o per la sua fissa per i Beach Boys (assolutamente fuori moda sul finire dei ’60 a Londra e dintorni).

No. Nato ad Oxford nel 1940, Steve Hiett la chitarra aveva imparato a suonarla – e pure molto bene – prima di imbracciare la macchina fotografica; a tal punto che per molti anni fu convinto di intraprendere quella strada.

Folgorato da una session con i Pretty Things, dopo alcuni tentativi riuscì mettere su una sua band, The Pyramid, con Ian MacDonald (poi Ian Matthews, che finì in miglior gloria con i Fairport Convention) e l’aiuto di un talentuoso session man come John Paul Jones (yes, Led Zeppelin) sull’unico singolo che riuscirono a pubblicare (Summer Of Last Year, 1967).

Accadde poi tutto il resto, scelse la via dell’immagine, riscosse un successo tale che si trasferì a Parigi dove divenne definitivamente Steve Hiett il fotografo di moda.

E così è stato fino alla sua scomparsa nel 2019, quando la Efficient Space di Melbourne ha reso disponibile al mondo questo album che Hiett mise insieme in circostanze stranissime, pubblicato solo in Giappone nel 1983 e lì rimasto per quasi quarant’anni come un segreto meravigliosamente custodito.

Fondamentalmente, lì a Tokyo avevano organizzato una sua mostra personale. Lui aveva anche acconsentito, decisamente di buon grado, di mettere insieme una piccola colonna sonora ad hoc. Solo che quando lo chiamarono nell’impero del Sol Levante, Hiett pensava si trattasse di curare il catalogo delle mostra, o di definirne i dettagli.

Invece una volta arrivato scoprì che la Sony voleva più musica. Gli aveva riservato qualche giorno in studio di registrazione e gli aveva anche messo a disposizione i Moonriders, una della band giapponesi più in voga in quel momento.

Quest’ultimo dettaglio lo intimidì non poco e finì per chiudersi in albergo a scrivere e comporre da solo piuttosto che davanti a loro; chiese ed ottenne che il suo amico Elliott Randall (suo l’assolo su Reelin’ In The Years degli Steely Dan, ed anche quello su Fame di Irene Cara) fosse fatto arrivare dagli States per dargli una mano in studio.

Il risultato è avvolto in un artwork accompagnato dallo sguardo di Hiett, che da dietro la macchina fotografica sembrava capace di rivolgersi all’infinito pur concentrandosi su un singolo volto, e da un retro di copertina esplicito: «This Is A Guitar Album».

Le chitarre sono certamente il punto focale di Down On The Road By The Beach: intarsi sinuosi, tessiture complesse ed allo stesso tempo leggerissime, accordi persi nell’aria cristallina tutt’intorno.

Ma è il tono complessivo dell’album ad essere qualcosa di assolutamente sconvolgente.

Che si tratti di una specie di ninna nanna celeste (l’iniziale Blue Beach – Welcome To Your Beach), della rivisitazione di un classico (Roll Over Beethoven di Chuck Berry, The Next Time di Cliff Richard, Sleep Walk firmata da Santo & Johnny, su tutte quella incredibile di Never Find A Girl di Eddie Floyd), di un trip indotto dalla morfina (Standing There), o da spazi in cui quelle sei corde si fanno più concrete (Looking Across The Street), di un addio cinematografico (Miss B.B. Walks Away), Down On The Road By The Beach sembra fatto d’aria.

 È un lavoro etereo, senza gravità anche quanto gioca con il blues o il rock’n’roll dei tempi andati, si diffonde tutt’intorno dalla prima nota all’ultima creando uno spazio che non conosce limiti e culla i sensi.