Dischi

Verdena – Il Suicidio Dei Samurai

I Verdena avevano preso tutto il successo ed il plauso ottenuti con l’album di debutto, li avevano trasformati in ampio credito ed erano passati all’incasso con una seconda prova che era fiero uno statement di menefreghismo.

Che Solo Un Grande Sasso fosse una follia (come avevano ritenuto ai piani alti) o uno slancio meraviglioso (così il responso di critica e pubblico), restava alle cronache un dato: due album pubblicati, due mood tra loro all’apparenza assai distanti.

Quindi, ora del 2004 la domanda era più che altro cosa Alberto, Luca e Roberta si sarebbero inventati, quale coniglio avrebbero tirato fuori dal cilindro.

Quando arrivò Il Suicidio Dei Samurai fu chiaro anzitutto che il cilindro era in realtà un pollaio – cioè la loro rudimentale sala prove nei sobborghi di Albino, per l’occasione trasformata in studio di registrazione – e che il coniglio era anzitutto la scelta del modus operandi.

I Verdena avevano deciso di chiudersi in loro stessi, rimanendo tra mura familiari ed eliminando la figura di un produttore esterno; però, controintuitivamente, avevano allargato la formazione prendendo a bordo Fidel Fogaroli.

Sono proprio i suoi tasti a caratterizzare il suono de Il Suicidio Dei Samurai e, così, a rendere sbagliata la risposta che in fondo pareva più scontata per quesito di cui sopra – cioè che il terzo lavoro della band sarebbe stato un mero compromesso tra Verdena e Solo Un Grande Sasso.

Il Suicidio… è una terza via, ulteriormente inedita e stupefacente. I Verdena la tracciano in undici brani che complessivamente girano sotto i 50′, apparentemente riabbracciando forme meno sfidanti per l’ascoltatore.

Ma, appunto, si tratta di apparenza: le tessiture di questo album, pur se spesso lasciano trasparire un certo agio, sono corpose e complesse; spesso lambiscono vette di densità emotiva rimaste fin lì quasi inesplorate.

Il tedio indaffarato di Logorrea vive di pulsazioni dinamiche rotte da un assolo lattiginoso e fendente. Luna è tutta un’allitterazione scivolosa a pareggiare l’efficacia di ciò che Alberto Ferrari aveva creato con Spaceman anni prima («annulla le paure o luna, nulla è uguale»), fino ad un climax in cui la chitarra sfida i rullanti – vincendo, ma tra molte ferite.

Glamodrama sembra muovere da Street Spirit (Fade Out) e poi fugge via tra saliscendi umorali che  – qui si – vengono risucchiati in una coda psych dalle movenze ondivaghe; l’intro marziale di 40 Secondi Di Niente prelude ad un orizzonte che si muove tra albe vibranti, mesi nei quali ogni sipario sembra doversi chiudere senza rimedio, topi blu che ballano sull’oceano, poi «le nostre difese sfidano la follia, che ormai non sa di niente» è una trance catartica che soffia via tutto.

Mina è un carillon apologetico e brutale, Balanite avanza a passi forzati e quando scatta all’improvviso allora pare di soffocare nel fumo più dolce – i feedback sui quali chiude sono le unghie che grattano su una superficie inscalfibile, un riflesso pavloviano per resistere a qualcosa che, in realtà, è sollievo.

Il Suicidio Dei Samurai non mette in ombra quanto i Verdena avevano fatto fin lì o quanto hanno fatto dopo, ma nel tempo è diventato un momento irrinunciabile della loro traiettoria artistica – forse il momento irrinunciabile.

Ha mostrato che, nel mondo dei Verdena, ogni variante sarebbe stata possibile a patto che le cose si facessero a modo loro e basta.

Ha ridotto il dibattito attorno all’imperscrutabilità dei testi di Alberto Ferrari a bega condominiale propria di un Pese provinciale (e però) tronfio delle sue convinzioni più antiche.

Ha trasformato i Verdena in una band generazionale, lo ha fatto una volta per tutte e per tutti coloro che erano (e sono) in grado di non ascoltare solo con l’udito.