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AAVV – Rough Trade Shops: Covers Vol. 1

rough_trade_shops_cover_compilationNel febbraio 1976 Geoff Travis inaugurò il suo negozio di dischi al 202 di Kensington Park Road; non pago, da lì ad un anno ne fece un’etichetta discografica: la Rough Trade sarebbe diventata, pur tra alterne fortune finanziarie, la casa di Smiths, Belle & Sebastian, Fall, Libertines, Super Furry Animals, Scritti Politti – solo per citarne alcuni.

Il negozio si trasferì a Talbot Road (c’è ancora), aprì un’altra sede a Covent Garden, chiusa in concomitanza dell’inaugurazione di quella che rimane la sua migliore configurazione: lo spazio conosciuto come Rough Trade East su Brick Lane nell’ex birrificio Stella Artois.

Per celebrare i quarant’anni dall’apertura del primo negozio, Rough Trade Shops: Covers Vol. 1 mette insieme quaranta brani altrui interpretati da artisti in qualche modo collegati con la Rough Trade Records, come di consueto selezionati dal personale (evoluzione 2.0 del negoziante di fiducia sempre prodigo di consigli e dritte anche non richieste), seguendo il corso di questi quattro decenni.

Lodevole l’iniziativa, perché ha anzitutto il pregio di stimolare una riflessione sulla reinvenzione (riciclo, nella sua accezione negativa).

Ci sono una manciata di brani diventati nel tempo dei piccoli classici di questa particolare forma d’arte: Victoria (Kinks) ripresa dai Fall; Just Like Heaven (Cure) meravigliosamente maltrattata (e tranciata di netto) dai Dinosaur Jr.; You Think You’re A Man (Divine) resa celebre dai Vaselines e It’s Oh So Quiet (Betty Hutton) da Bjork; Happiness Is A Warm Gun (Beatles) schiacciata dalle Breeders.

Un’altra manciata si candidano seriamente a diventare tali: Dream Baby Dream (Suicide) sorprendentemente scelta da Bruce Springsteen per il suo High Hopessarà l’ultima canzone che vorrò ascoltare morendo», ha detto Alan Vega); le Warpaint alle prese con Ashes To Ashes (David Bowie); Into The Black (Neil Young) che apriva soffusa l’album Kill For Love dei Chromatics ormai quattro anni fa.

In generale è meglio accostarsi a questo materiale con la ferma convinzione che non esista nulla di sacro: è l’unica cosa che potrebbe farvi desistere dal buttare tutto all’aria ascoltando These Boots Were Made For Walking nella versione dei Pure Hell (o Help martoriata dai Damned o, su tutte, l’orrenda Jailhouse Rock dei Residents), ma anche instillerà il dubbio che Kristy MacColl abbia finalmente aggiunto il dinamismo che mancava ad un classico come A New England (con buona pace di Billy Bragg) o trovare qualcosa di apprezzabile anche nella rilettura country di Like A Virgin di Madonna (a cura dei Meat Purveyors).

Un viaggione lungo quarant’anni: non c’è che abbandonarsi all’ascolto.

Un bel marasma dal quale vi segnaliamo alcune gemme: i Beachwood Sparks che trasformano By Your Side di Sade in una visione alt-country e, quasi all’opposto, il trattamento che i defunti Royal Trux hanno riservato a Money For Nothing dei Dire Straits; Marc Demarco alle prese con gli arpeggi della classicissima This Guy’s In Love With You, i riverberi electro attraverso cui l’oscuro Schneider Tm Kpt. Michi.gan attualizza There Is A Light That Never Goes Out, la precarietà utilizzata dai Raincoats su Lola, i Pixies che riprendono la sottovalutata Head On dei Jesus And Mary Chain (da Automatic) sostanzialmente mettendola a posto.

E se vi va, in qualche modo la strada tracciata da Rough Trade Shops: Covers Vol. 1 (in attesa del vol. 2, dovremo aspettare altri 40 anni..?) il viaggio continua su queste pagine con la rubrica Cover Versions.

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