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Beady Eye – BE

beady_eye_beBE: ma nel senso di essere, o di esistere?

La banda di Liam Gallagher come al solito non si sarà fatta troppe domande, ma è evidente che con questo secondo lavoro i Beady Eye hanno scelto di essere, e non solo – puramente e semplicemente – di esistere (come entità reduce dagli Oasis, come gruppo guidato da un matto che per passatempo fa lo stilista, ecc…).
Essere: ma cosa? O meglio ancora, come?

Ecco, il come riveste forse ora una parte molto importante della vita dei Beady Eye, perché il solo fatto di affidare la produzione a Dave Sitek è un sintomo della voglia di andare oltre le inconsapevoli (?) stilizzazioni di cui riempivano il loro suono.

Sitek è uno dei migliori produttori degli anni zero, e la sua mano tante volte si sente, anche nell’assenza: il debutto (e tutti i dischi successivi) degli Yeah Yeah Yeahs (fino al mezzo passo falso Mosquito) portano la sua firma, per non parlare ovviamente del rock da ventunesimo secolo dei TV On The Radio, e ancora: Foals, Liars, Santigold. Tutta roba che non sta – a differenza dei Beady Eye finora – rinchiusa in un recinto ben definito.

E quindi sì, BE è anzitutto un album in cui la produzione di Dave Sitek incontra per la prima volta il britrock, quello classico classico, quello di cui Different Gear, Still Speeding voleva forse essere l’espressione massima, o quantomeno un bel riassuntone. E il suo lavoro, il suo tocco è forse l’aspetto più interessante del ritorno dei Beady Eye, che suppliscono così alla mancanza di un songwriter di razza pura e cristallina (dato che Liam stesso si definisce songwriter part-time).

Questi 50′ di musica dimostrano un bel coraggio, dimostrano una imprevedibile voglia di esplorare – e questo anche se le linee guida di BE vanno ricercate in alcune cose semplici semplici: la voce mai trattata, sempre naturale (niente eco in stile John Lennon), e canzoni che spogliate di tutto possono essere suonate in giro per casa con una sei corde acustica. Su tutto questo, la produzione di Sitek entra in scivolata aggiungendo fiati (l’iniziale e gloriosa Flick Of The Finger, ma anche Second Bite Of The Apple – che facile facile è una delle migliori del disco), spezzando il minutaggio con trucchetti di Beatlesiana memoria (Don’t Bother Me), innestando voci e disturbi vari.

Ma non c’è giustapposizione, non si tratta di elementi appiccicati insieme: non si sentono fratture e incoerenze nell’intelaiatura spesso sonica di BE, pure quando i riff riportano alla mente gli Stooges o gli Who (Shine A Light, Face The Crowd): l’effetto è potente, straniante, psichedelico.

Album volutamente coraggioso, riuscito, che spazza via molte delle critiche di pochezza che i Beady Eye avevano attirato ai tempi dell’esordio. La porta è aperta, vediamo dove condurrà il cammino.

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