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Björk – Homogenic

Voglio salire in cima ad una montagna
con una radio e batterie cariche
suonare una canzone piena di gioia
e liberare la razza umana da ogni sofferenza

Prodotto da Mark Bell dei LFO – che rimarrà per tutti gli album successivi (fino alla sua scomparsa nel 2013) – Homogenic è una prepotente rivendicazione di originalità, totalmente fuori dal tempo.

Il successo di Post aveva portato in dote anche uno dei lati peggiori della fama: nel settembre del 1996, il ventunenne Ricardo Lopez era così ossessionato da Björk da arrivare a spedirle un pacco bomba e poi suicidarsi nel suo appartamento di Los Angeles; quando il suo corpo fu trovato senza vita pochi giorni dopo, guardando i suoi videotape deliranti – in cui, tra l’altro, esprimeva tutta la sua gelosia per la love story della sua celebrity preferita con Goldie (ma ignaro che i due avessero troncato diversi giorni prima del suo gesto: allora il gossip viaggiava ad una velocità diversa) – la polizia scoprì della bomba e riuscì ad avvisare per tempo Scotland Yard.

La conseguenza del polverone mediatico sollevato da questa storia fu che Björk fuggì a Malaga per completare l’album al quale stava già lavorando da un po’ tra Londra e l’Islanda, e per la cui produzione aveva inizialmente pensato di rivolgersi ai Wu-Tang Clan (una suggestione che starebbe benissimo nel libro The Greatest Album You’ll Never Hear di Bruno MacDonald).

In realtà non fu nemmeno a Malaga – pur lontana dal clamore mondano – che quelle canzoni divennero definitivamente l’album che conosciamo, quello con l’immagine bizzarra e ieratica di Björk in copertina vestita da Alexander McQueen.

Il tratto distintivo di Homogenic rispetto ai lavori precedenti è dato dalle orchestrazioni dell’Icelandic String Octet, o meglio: le interazioni tra quegli archi, le texture ritmiche e la voce stessa di Björk; il risultato è semplicemente ultraterreno.

La pacata magniloquenza di questo album non ha eguali né negli anni ’90 né in altre decadi sinora: crea un mondo a parte fatto di incastri tra fuoco e trascendenza, tra suoni profondissimi e acuti, tra gioia fanciullesca e consapevolezza scenica.

Ancora oggi a vent’anni di distanza, Homogenic suona come la colonna sonora di uno stadio evolutivo al quale l’uomo non è ancora arrivato, o al quale può solo aspirare; si tratta probabilmente di una inedita armonia in cui gli esseri umani, la loro tecnologia ed il loro habitat – la natura – convivono in una semplicità impensabile.

Una sorta di utopia futurista in cui l’unica stranezza è rappresentata Alarm Call e Pluto (episodi che sarebbero stati forse più coerenti con Debut), che sfuggono al contesto altrimenti cristallino e il cui apice è l’invocazione sottile e acciecante di All Is Full Of Love.