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Blur – Blur

blur-300x300Look inside America
she’s alright, she’s alright
sittin’ out in the distance
but I’m not trying to make her mine

Quand’è che ha iniziato a scricchiolare, quella grande illusione comunemente chiamata britpop? Forse nel 1997.

Sì perché dopo anni (pochi, a dirla tutta, ma molto saturi) alcune band se ne tirarono fuori, stanche di esserne grossolanamente accomunate (Radiohead), alcune delusero le attese (vi dice nulla Be Here Now?), altre ancora cercarono di rinnegarlo.

E’ questo il caso dei Blur, che dopo essere stati precursori del tipico sound british anni ’90 (quando ancora o eri grunge o eri baggy), imboccarono dritti dritti l’uscita d’emergenza trovando rifugio nell’indie.

Capiamoci, Blur fu un gran successo di classifica da entrambe le sponde dell’Atlantico, ma dovuto soprattutto a Song 2 (e ad un pugno di altri ottimi singoli che però a confronto impallidiscono: Beetlebum, che fu il secondo #1 della band in UK, M.O.R. On Your Own): era l’epoca in cui si compravano ancora i dischi (a proposito, artwork splendido firmato da Stylorouge).

Dopo essere stati la quintessenza della britannicità i Blur sposarono i suoni più a stelle e strisce del momento (Coxon li adorava): i Pavement, i Sebadoh e il movimento lo-fi tutto. Altro che «non sto cercando di farla mia»: quella dei Blur è un’immersione totale nell’America.
Quindi addio perfezione stilistica, addio Kinks, addio Sua Maestà e pioggia londinese; benevenuta oscurità, benvenute distorsioni e volumi, benvenuta sperimentazione e confusione. O almeno, tale e tanta sperimentazione quanta se ne potesse aspettare da una band con la Union Jack tatuata sul cuore.

Theme From Retro è composta interamente da voci registrate ed inquiete, Essex Dogs (a dispetto del titolo) gratta il fondo dei Tortoise e fornisce una personale visione del post rock, I’m Just A Killer For Your Love si muove pesantissima e paranoica (doveva essere una b-side), Death Of A Party è quasi trip-hop, You’re So Great è la prima composizione ad esclusiva firma di Graham Coxon (che ci mette anche la voce), Chinese Bombs urla punk.

Blur è uno shock abrasivo e abbagliante.

Albarn e soci mostrarono qui per la prima volta il coraggio che ci vuole per cercare di togliere via veloci la tovaglia dalla tavola imbandita lasciando tutto apparecchiato.
Ci riuscirono in parte, perché Blur, che pur merita un posto speciale negli anni ’90, non schiodò la band dall’essere ottima (anzi, di fare categoria a sé) nei singoli ma complessivamente sottotono sulla lunga distanza.

Ma questo album  fu una grossa dichiarazione: non siamo così prevedibili come pensate.

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