Appunti

Don Letts e la collezione di dischi di John Peel

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John Peel non ci ha lasciato “solamente” un certo modo di fare radio, un impatto infinito sul mondo culturale, l’amore per la cultura pop, le sue leggendarie sessions.

C’è anche il suo enorme archivio personale di dischi da gestire: John Peel’s Archive è un progetto gestito dal John Peel Centre For Creative Arts con la collaborazione di The Spacea commissioner of digital art, founded by the BBC and Arts Council England»: sì, lì il servizio pubblico è una cosa tremendamente seria) che mira a rendere disponibile all’ascolto tutto quell’archivio (prima o poi: oggi siamo al 3%, cioè i primi 100 dischi per ogni lettera dell’alfabeto… fate voi i conti).

John Peel Archive è anzitutto un portale attraverso il quale accedere ad un enorme archivio di interviste, fotogallery, elenchi di session, video e addirittura tirare fuori tutti i dischi di questa immensa collezione (la funzione Record Shelf: macchinosa ma imperdibile).

Ma il cuore del progetto, che prende forma piano piano, ha a che fare direttamente con la narrazione: diversi ospiti sono invitati a spulciare tra quegli album, selezionarne alcuni, raccontare.

Ultimo protagonista di questa iniziativa è Don Letts: il leggendario regista, dj e musicista di origini giamaicane è stato più di un semplice testimone della fusione tra ritmi caraibici e movimento punk nella Londra di metà anni ’70: è stato l’anello di congiunzione tra quei due mondi.

In questi 20′ Don Letts spiega benissimo cosa avessero in comune i rastamen con i punk, come l’origine di entrambi possa essere ricondotta al medesimo ambiente sociale e culturale.
Molti gli aneddoti: dal mezzo scazzo con sua maestà Bob Marley – che non comprendeva cosa potesse mai avere a che fare un giamaicano con quei ragazzini bianchi – all’origine della stilizzazione del genere punk e la sua identificazione con creste e spilloni, fino alla sua mutazione in quello che oggi definiamo post punk.

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Don Letts è un rastaman, un soul man, un grandissimo amante della musica tutta: dagli Who al roots reggae, dalle Slits a James Brown; di fronte alla sua autenticità persino Marley dovette ricredersi – tanto che arrivò a scrivere una canzone come Punky Reggae Party.

C’è anche un altro aspetto interessante in tutto questo: il racconto di Don Letts fornisce indirettamente una risposta a tutti quelli che credono, ancora oggi, che Never Mind The Bollocks sia l’unico “autentico” disco punk e che la contaminazione di suoni portata avanti dai Clash – sfociata in London Calling ed esplosa fuori controllo in Sandinista! – sia qualcosa di meno radicale.

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