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Elvis Costello – My Aim Is True

Le prime mille copie del debutto di Elvis Costello avevano dentro una cartolina con su scritto HELP US HYPE ELVIS!: compilandola con un nome, un cognome ed un indirizzo, la Stiff Records avrebbe recapitato lì, gratis, una copia di My Aim Is True.

Puro guerrilla marketing messo in atto da un’etichetta appena nata, alla cui porta uno strano tizio chiamato Declan Patrick MacManus – impiegato in un’azienda di informatica, che teneva famiglia e che scriveva canzoni piano piano, di notte, per non svegliare moglie e prole – aveva bussato appena un anno prima consegnando un nastro con le sue demo (dopo aver inanellato, altrove, una gran serie di rifiuti).

Non che la Stiff sapesse bene che farci, con lui: era effettivamente un ottimo autore, ma non aveva questa gran presenza e non era affatto un istrione; sembrava piuttosto un impiegato qualunque (appunto), uno che sarebbe stato preso a sputi in faccia su molti palchi della capitale. Quindi il suo primo ruolo fu quello di scrivere canzoni per Dave Edmunds, peccato che Dave non fosse affatto convinto di quel materiale (e infatti: avete mai sentito parlare del vecchio Dave?). Quindi presero il sig. MacManus, presero Nick Lowe (la cui So It Goes era stato il primissimo singolo pubblicato dalla Stiff e non era ancora un vero e proprio produttore), presero una stramba band californiana chiamata Clover (di lì a poco Huey Lewis And The News) e li infilarono in studio a registrare quei brani, (ma) sempre con l’intento di convincere Edmunds.

Il risultato fu però tanto improvvisato quanto strabiliante e senza volerlo la Stiff si ritrovò per le mani un tesoro: in fretta e furia il sig. MacManus meritava di essere lanciato sul mercato, con un nome ben più accattivante e un look da Buddy Holly dadaista. Fu un successo notevole ed insperato (14° posto in classifica) e non sfuggì a Rolling Stone, che lo piazzò tra i migliori debutti del ’77.

Chissà se sarebbe stato lo stesso se l’etichetta avesse dato retta a Costello, che a quel punto aveva trovato una sua band (gli Attractions) e avrebbe voluto registrare di nuovo quelle canzoni (già di per sé scritte «di notte, consumandomi caffè solubile e ascoltando continuamente il primo album dei Clash»): quello che invece è passato alla storia è il risultato di due giorni in studio di registrazione e a posto così.

Il che conferisce a questo album un irripetibile senso di urgenza: è spigoloso,  è punk pur se zeppo di melodie e spunti che guardano al suono degli States anni ’50, è sguaiato anche se il suo autore ha un accento tutt’altro che working class.

Oltre che incredibilmente brillante dal punto di vista sonoro, il debutto di Elvis Costello portò alla luce un personaggio ben lontano dai luoghi comuni; dall’onanismo («now that your picture’s in the paper / being rhytmhmically admired..») a rifiuti clamorosi («dissi “sono così felice che potrei morire” / lei mi rispose “allora muori” e se ne andò con un altro»), dalla sottile linea che ogni tanto divide l’odio dall’amore («a volte vorrei poterti zittire / quando sento tutte le sciocchezze che dici / penso che qualcuno dovrebbe ucciderti / perché non sopporto di vederti così») alla politica più viscerale («una pistola ancora fumante e un uomo in terra / Mr Oswald disse di avere già un accordo con le autorità»), fino alle paranoie da pendolare («tolsero la corrente su tutta la linea / e rimanemmo inchiodati al buio nel tunnel / riuscirono ad importunare tutte le ragazze troppo spaventate per gridare / nessuno osava dire nulla»): da quarant’anni My Aim Is True è il testo sacro di ogni nerd e di qualsiasi maschio bianco troppo intelligente e sensibile per non essere classificato come perdente.

Trovano posto qui alcuni dei più grandi classici di Costello, tutti nati da frustrazioni, insoddisfazioni, sogni puriginosi e, soprattutto, dalla sua ambizione di elevarsi dalla mediocrità del suo stesso vivere quotidiano.

In meno di un anno scriverà un altro classico, poi un altro ancora e via così.