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Fa lo stesso… [2018 edition]

Come ormai è tradizione, riassumiamo tutto quello che proprio non ci è andato giù dell’anno appena passato.

Animal CollectiveTangerine Reef

Gli Animal Collective non sono mai riusciti a produrre qualcosa di anche lontanamente paragonabile a Merriweather Post Pavillion (2009!), ma – almeno in qualche frangente – si erano anche fatti apprezzare dopo quell’album. Con il senno di poi e con Tangerine Reef che ancora (inspiegabilmente) ronza nelle orecchie, la loro discografia da quel momento è un lunghissimo tonfo verso questa ultima schifezza. Si tratta, appunto, solo di un ronzio, o se volete di puro onanismo: spettrale, soffuso, tetro, lunghissimo, senza alcun ritmo. Quindi non è il fatto che questo giro Panda Bear abbia disertato: questa roba è davvero improponibile anche ad orecchie educate ad ascoltare follie su follie.


Franz FerdinandAlways Ascending

È il 2018, Nick McCarthy se n’è andato dopo FFS – la collaborazione con gli Sparks – e i Franz Ferdinand cercano un modo per rimanere vivi e vispi. Si fanno prendere un po’ troppo la mano, però: Always Ascending alterna luci al neon, vecchi trucchetti e nuove esplorazioni soniche. Ma da qualunque lato la si guardi, manca il guizzo. You could have it so much better

Peace – Kindness Is the New Rock And Roll

I Peace riprendono da sempre gli stilemi del britrock anni ’90, questo terzo album produce un buon brano (From Under Liquid Glass) e mostra che i ragazzi hanno personalità. Ma è un concentrato di buoni (e stucchevoli) sentimenti tale che al secondo ascolto vi comparirà Keith Richards e bestemmiando vi distruggerà lo stereo (o qualunque diavoleria stiate usando).

InterpolMarauder

La prova definitiva del prosciugamento della vena creativa degli Interpol sta tutto in questo album: basterebbe solo considerare che prende il nome da un veicolo militare corazzato. Oppure non è così e ha ragione Bob Mould.

Echo & The Bunnymen The Stars, The Oceans & The Moon

Titolo pomposo, ma questo album passerà alla storia più che altro come un notevole tentativo di autosabotaggio. Non sapremo mai che diavolo sia passato per la testa di Ian McCulloch nel momento in cui ha deciso di registrare da capo i grandi classici dei suoi Echo & The Bunnymen con l’intento dichiarato di «migliorarli». Spiacente Ian, non si può fare più granché ormai: quelle canzoni erano e sono perfette così e nemmeno ascoltarvi oggi in questo patetico tentativo di risultare interessanti potrà minare il loro fascino.

Richard AshcroftNatural Rebel

Non è che Natural Rebel sia peggio di These People, anzi, rispetto al suo predecessore suona certamente meno stucchevole e mostra quale inattesa venatura country/folk. Ma Ashcroft sta alla melodia come un rabdomante sta all’acqua e Natural Rebel è ancora molto al di sotto di quello che potrebbe fare. Non relegare il brano migliore del lotto a bonus track avrebbe forse aiutato (Rare Vibration).

Brian EnoMusic For Installations

Ok, c’è un concept dietro ecc… Però è senza dubbio l’album più soporifero in cui ci siamo imbattuti nel 2018. Ah, ed è praticamente indistinguibile rispetto ad un’altra dozzina di lavori di Eno.

The Rolling StonesVoodoo Lounge Uncut

Inconcepibile – se non in ottica strettamente commerciale (alias raschiare il fondo del barile) – come possa mai celebrarsi un album come Voodoo Lounge, che nel 1994 segnò l’inizio degli Stones come li conosciamo oggi: una macchina da tour ben lontana dalle proprie radici, priva di Bill Wyman e con tenuta su da tanti comprimari a tappare i buchi dell’inevitabile decadimento fisico. E nessuna canzone da ricordare. Celebrarlo, poi, pubblicando un concerto introdotto da Woopi Goldberg dà certamente la misura della follia.

MuseSimulation Theory

L’inclusione dei Muse in questa particolare classifica di fine anno non è una novità: da quando siamo on line non hanno fatto un-album-uno al quale valesse la pena di prestare attenzione, nonostante lo sterminato (incomprensibile) successo planetario. Bisogna rassegnarsi al fatto che abbiamo dato tutto all’inizio con la doppietta Showbiz / Origin Of Symmetry, peraltro entrambi da sufficienza stiracchiata. Simulation Theory è un pastone fantascientifico che mischia Stranger Things, Ritorno Al Futuro, Blade Runner e il synthpop anni ’80 della peggior specie. Imbarazzante.

Ty SegallFreedom’s Goblin / Fudge Sandwich / Joy

Ty Segall ha rotto le palle, e già questo potrebbe essere il titolo per un editoriale lungo quanto la sua discografia. È dal 2008 che pubblica almeno un album all’anno (non contiamo nemmeno progetti paralleli, singoli, EP e quant’altro) senza alcun filtro, scrivendo un brano per ogni nota che gli capita di sbatacchiare sulla chitarra o altrove e registrandolo (la prova schiacciante sono Rock Flute, Tommy’s Place e Prettiest Dog su Joy). Roba che in confronto Ryan Adams è un principiante. Questo giro le uscite sono ben tre (Joy è condivisa con i White Fence, ma tan’è) e nessuna che valga davvero la pena rimettere da capo una sola volta. Schizofrenia pura e tanto fastidio, l’arte è fatta anche di scelte e lui non sembra farne mai: pura diarrea creativa. Quindi noi vi diciamo cosa abbiamo preso per buono oltre Every 1’s A Winner (miglior brano tra tutti, sta su Freedom’s Goblin) e poi fate voi. Da Joy: Body Behavior, Do Your Hair, A Nod; da Freedom’s Goblin: Every1’s A Winner, Despoiler Of Cadaver, My Lady’s On Fire, Cry Cry Cry, Shoot You Up, She, Prison; da Fudge Sandwich: Low Rider, I’m A Man, Isolation, Class War, The Loner. Non poco, direte. Certo: sparando nel mucchio…

Ah, nulla ci ha comunque impedito di includere alcuni brani di questi album nella nostra playlist dei migliori ascolti del 2018, che trovate qui.