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Kurt Cobain non esiste

Venticinque anni da quella data lì e per molto tempo Kurt Cobain rimane un nome scritto in cima ad una pagina bianca, difficilissimo perché i Nirvana sono un tale crocevia di roba che è impossibile non scivolare in questioni che forse boh non è il caso. Però ci sono una serie di cose delle quali vorrei ricordarmi per sempre ed approfitto di questa (macabra, triste) ricorrenza. Facciamo che le metto giù tipo lista della spesa.

primo. Non ho un ricordo diretto di Kurt in vita o della sua morte. Il mio 1994 fu molte cose ma non quella: una videocassetta di Jurassic Park, gli 883, Daniele Massaro che entrava e svoltava le partite fino alla traversa sbeccata da Baggio a Pasadena. Ascoltai la prima volta i Nirvana quando tre anni dopo mi trovai davanti al video di Come As You Are, al buio in una stanza piena di scatoloni e per qualche ragione decisi di non cambiare canale anche se la musica che mi interessava era tutt’altra. Insomma ero troppo piccolo mentre succedevano, ma poi ho sempre avuto l’impressione che chi aveva l’età giusta in quegli anni comunque al massimo ha potuto cogliere – per ragioni geografiche/culturali – la moda dei Nirvana e non la loro essenza. O forse no, sbaglio, forse se non altro si è goduto direttamente la musica senza il gossip, che (la storia insegna) ad un certo punto al di là dell’Atlantico era diventata la quotidianità di Kurt.

secondo. Ci rimasi talmente sotto con Nevermind che avevo paura di comprare In Utero e Bleach. E se non fossero grandiosi come quello?, mi dicevo. In Utero sta nella mia top 10 dei dischi preferiti di sempre, piccolo segreto nel quale non trova posto Nevermind. Ops. Quindi sì, aderisco al cliché per cui In Utero sia “meglio” perché più ruvido. Il che non è poco, ma non toglie un millimetro alla grandezza ed alla consistenza delle canzoni infilate in Nevermind. Ed all’affetto che provo. Ma fu di In Utero che mi feci una cassetta da suonare in macchina ogni volta che venivo scarrozzato in giro dai miei. La consumai allo sfinimento (mio, loro, della cassetta in sé).

terzo. Fu subito rabbit hole: articoli, libri, testi, bootleg, misi le mani su tutto quello che potevo trovare sui Nirvana. Ma non ho avuto mai una loro maglietta, un loro poster alle pareti. Il mio rimane un amore privato, intimo. Forse perché odio con estrema violenza l’iconografia legata a Kurt, la sua mitizzazione, la superficialità adolescenziale che accompagna da sempre le sue foto sventolate. Comunque è l’unico del club dei 27 che davvero abbia significato qualcosa per me (potrei metterli in fila di importanza/stima e lui sarebbe in cima; in fondo, annegata, la cialtroneria di Jim Morrison).

quarto. Un elenco minimo di cose alle quali sono arrivato direttamente grazie ai Nirvana: Hüsker Dü, Pavement, Sonic Youth, Dinosaur Jr., Replacements, Shellac, il distorsore, le biografie rock, il punk e i Sex Pistols. Devo citare anche i Radiohead: comprai Ok Computer perché (giuro) da qualche parte avevo letto che Thom Yorke e i suoi erano gli “eredi” dei Nirvana. Fraintesi aspettandomi che suonassero come loro. Ok Computer mi arrivò del tutto inascoltabile per settimane da tanto ero deluso. Poi divenne un altro rabbit hole e forse fu quello il momento in cui iniziò a scemare la mia fissa per i Nirvana e ne arrivò un altra.

quinto. Un punto a parte sulle band di Seattle. Nah. Salvo i Mudhoney di Superfuzz Bigmuff, anche le Hole di Live Throu This. Ma il resto del grunge è ancora vaffanculo o quasi: Alice In Chains, Mother Love Bone, T.A.D., Soundgarden. Nulla di interessante per me. I Pearl Jam (stima, rispetto) mi fanno incazzare. Hanno mai davvero prodotto qualcosa di eccitante come Live On Two Legs? Perché suonano così mosci in studio? Binarual è grandioso, solo quello.

sesto. Divago, torniamo a Kurt ché siamo qui per questo. Non mi chiedo mai cosa farebbe ora (o cosa avrebbe fatto nel frattempo) se fosse ancora tra noi, forse perché per me c’è e c’è stato, ma non è mai davvero esistito. Non lo so. Sono comunque andato tanto a fondo da convincermi che non sarebbe mai arrivato ai giorni nostri, che ad un certo punto almeno il suo destino era segnato. Questa è l’idea che mi sono fatto.

settimo. A parte quella volta con i Radiohead devo dire di non averlo mai cercato altrove, Kurt. Sento che c’è, che mi ha lasciato molto. Averlo incontrato a quell’età ed averlo studiato – a giochi fatti – ha completamente ribaltato certe prospettive della mia sensibilità, soprattutto, ed è qualcosa che non ha nulla a che vedere con l’eredità strettamente musicale dei Nirvana.

P.