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Pearl Jam – Binaural

binaural_pearl_jamIl blocco dello scrittore di Eddie Vedder; Mike McReady dentro e fuori dal rehab; Jack Irons che getta la spugna, sostituito da lì in poi da Matt Cameron: i Pearl Jam di fine millennio sono un casino non indifferente.

Forse normale amministrazione per loro, tanto che si rimettono a lavoro con molta voglia di uscire dal seminato: come prima cosa via Brendan O’Brien, sostituito alla produzione da Tchad Blake e dal suo metodo di registrazione binaurale (anche se O’Brien rimetterà le mani sull’album in fase di missaggio); poi la scrittura dei testi allargata a tutti i componenti della band e sterzata verso composizioni influenzate dal folk, da un certo classic rock staminico e approccio decisamente psichedelico.

Il risultato, Binaural, ha un suono caldo e tridimensionale che rende splendidamente (soprattutto) in cuffia, sancisce il definitivo abbandono del grunge (ammesso e non concesso che la band abbia mai avuto qualcosa a che fare con quello) e rimane, ad oggi, l’ultimo disco dei Pearl Jam che vale la pena ascoltare da cima a fondo.

Parte con una tripletta eccitante e familiare: Breakerfall (un attimo prima del suicidio), God’s Dice (destino vs autodeterminazione) e Evacuation (lo spettro di un attacco); dopo…

I’ve come up with riddles and jokes about war
I’ve figured out numbers and what they’re for
I’ve understood feelings, and I’ve understood words
but how could you be taken away?

.. da Light Years in poi i Pearl Jam prendono un’altra piega. Una morbida ballata rock mid tempo piena di rimpianti e di seguito l’atmosfera pinkfloydiana di Nothing As It Seems, con il suo refrain potente, le chitarre che echeggiano violacee ad esaltare una solitudine mai sentita prima d’ora in un lavoro dei Pearl Jam.

E di lì, a rotta di collo: le architetture acustiche e dolci di Thin Air, «l’inutilità della lotta politica» che sfoga nei toni ruvidi di Insignificance, il gran sfoggio di ukulele che è Soon Forget (e di lì l’amore, vedere Ukulele Songs pubblicato da Vedder del 2011), la paranoia feroce di Rival e suoi versi animaleschi, fino alla conclusiva Parting Ways (che suona come i Beatles trapiantati a Seattle).

Ma non bisogna guardare a Binaural solo per la varietà stilistica, o per il modo in cui è registrato e per il suo suono confortevolmente analogico (o, ancora, per il tour imponente che ne è seguito, documentato nelle centinaia di bootleg commercializzati nei successivi due anni).

Questo disco probabilmente sancisce l’inizio dell’impegno politico dei Pearl Jam (oltre quello sociale, all’epoca già ben definito), anticipando nelle sue liriche alcuni temi chiave degli anni zero – in uno strano gioco di specchi e presagi -: dalla guerra al dominio della tecnologia (Grievance), dall’amplificazione delle solitudini umane alla lotta contro qualcosa di inafferrabile ma tremendamente opprimente (del ’99 gli scontri durante la conferenza del WTO a Seattle; di lì al G8 di Genova, e poi Porto Alegre, il movimento No Logo fino ad Occupy).

Il tutto da una band che da allora più che mai si è messa in gioco, ha cercato di smuovere coscienze e ha sbagliato qualcosa (ma sbaglia solo chi rischia, no?).

E se proprio non interessa tutto questo, rimane Binaural: sicuramente qualcuno pensa sia il miglior album mai scritto e pubblicato dai Pearl Jam, ma è un pensiero troppo osceno e scomodo per essere verbalizzato.

3 comments on “Pearl Jam – Binaural

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