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My Bloody Valentine – You Made Me Realise

Per quanto possa sembrare assurdo, per diverso tempo i My Bloody Valentine hanno fatto abbastanza schifo, e se mai vi foste  imbattuti nel loro album d’esordio This Is Your Bloody Valentine – registrato mentre erano più impegnati ad okkupare case in quel di Berlino ovest che altro –  avete capito di cosa stiamo parlando.

Diciamo che ci è voluto un po’ perché trovassero la quadratura del cerchio, più o meno dai terribili esordi in quel di Dublino, passando appunto per la Germania e poi a Londra, fino a quando Kevin Shields non sviluppò la sua particolarissima tecnica: «normalmente, quando qualcuno usa la leva del tremolo lo senti, senti piegare su e giù. Ma per me il punto era non farlo notare, suonare in modo tale che non si capisse che la stessi usando. Nulla di intellettuale. Era come se avessi scoperto un modo di esprimere la mia emozione attraverso il tremolo. Tutto qui. La mia frustrazione di non essere in grado di esprimermi con la chitarra – nel senso fisico del termine – se n’era andata e tutt’a un tratto ci riuscivo. È una cosa che non appartiene al mio subconscio, ma nemmeno è voluta. Sale e scende come la marea. E può essere insegnata, anche. L’ho fatta vedere a Belinda ed è diventata brava, praticamente ora non sa suonare la chitarra in altro modo».

La prima registrazione di questa scoperta è Slow, che per brevissimi secondi è solo un accordo il cui tono continua a sfasare, poi si butta a su un ritmo narcolettico ed iper compresso che continua a galleggiare su quell’accordo come la chiglia di barca alla deriva.

La leggenda dei My Bloody Valentine inizia da qui, dall’ep You Made Me Realise, frutto dell’incontro – nemmeno a dirlo – con Alan McGee.

Li vidi per la prima volta nel 1987, me li raccomandò Joe Foster dopo che un’etichetta chiamata Lazy fece uscire un loro singolo. Andai a sentirli ad un evento organizzato da Jeff Barrett e facevano davvero schifo. Jeff mi disse che quei ragazzi avrebbero voluto lavorare con la Creation, ma per me era no.

All’inizio del 1988, loro stessi offrirono ai Biff Bang Pow! di aprire per loro una serata nel Kent. Aprire per loro? Ho pensato: sul serio? Sono degli ossessivoni, sono una brutta versione dei Pastels. E si può essere una brutta versione dei Pastels? Comunque dissi ok, ma siamo noi gli headliner.

Fu uno sbaglio. Kevin Shileds, con fare magnanimo, acconsentì a che loro suonassero per primi. Andarono e tirarono giù il locale. Suonarono in modo eccezionale. Dick ed io fissavamo loro, ci fissavamo l’un l’altro sbigottiti. Un’energia eccezionale, grezza. La questione del feedback ancora non c’era e suonavano come una specie di Motörhead psichedelici (ed effettivamente nessuno dei loro album suona come loro quella sera). Rimanemmo scioccati da quanto fossero bravi. Così i Biff Bang Pow! suonarono assolutamente moscio quella sera. Fu abbastanza imbarazzante. Non appena scesero da palco offrimmo loro un contratto e accettarono.

Il seme dei successivi My Bloody Valentine, cioè in particolare di Loveless, sta in quel trick su Slow e nella famigerata holocaust section di You Made Me Realise, in realtà pochi secondi che però dal vivo raggiungevano volumi e minutaggio assurdi.

Per il resto, questo ep (oggi praticamente introvabile al di fuori di EP’s 1988-1991) è un gustosissimo preludio a quello che di lì a qualche mese sarà Isn’t Anything: melodie molto poco convenzionali, schegge di rumore impazzite che si conficcano ovunque come una granata di suono lanciata sull’ascoltatore a mille all’ora (Thorn) o momenti fatti di una beatitudine semplicemente disturbante (Cigarette In Your Bed) ed altri in cui effettivamente i MBV sembrano gli Smiths camuffati da Motörhead (o viceversa: Drive It All Over Me).

La loro leggenda inizia esattamente qui.

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(il racconto di Alan McGee viene dal libro Creation Stories: Riots, Raves And Running A Label)