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Taj Mahal – The Natch’l Blues

Un conto è prendere una manciata di blues dei padri, suonarli in modo molto più eclettico, elettrico e potente perché d’altra parte «è il 1968, non il 1926!».

Altra cosa è arrivare a comporre qualche brano assolutamente senza tempo, magari capace di diventare un classico del genere proprio come quelle canzoni lì.

Taj Mahal aveva mostrato al mondo la nuova via con il suo disco d’esordio, con il successivo The Natch’l Blues diede pieno sfogo alle sue doti di compositore e arrangiatore.

Stavolta ci sono Earl Palmer alla batteria e Al Kooper al pianoforte; c’è, soprattutto, la ricerca di un suono denso e lussureggiante, un ibrido che è puro folklore cajun ma che riesce a sconfinare, senza contraddizioni, in un soul/r&b che avrebbe reso orgoglioso Otis Redding.

È il caso di A Lot Of Love, scritta da Homer Banks appena un paio di anni prima e rilanciata come uno standard sul quale, tra l’altro, lo Spencer Davis Group baserà Gimme Some Lovin’. E poi Corinna, che Taj Mahal rimescolò così tanto rispetto alla sua forma tradizionale da arrivare a scriverne la versione pressoché definitiva.

Tra gli originali, la ritmica incalzante. di Good Morning Miss Brown è guidata dall’acustica jazzata, mentre episodi come I Ain’t Gonna Let Nobody Steal My Jellyroll e Going Up To The Country, Paint My Mailbox Blue sembrano riconnettersi con più immediatezza a radici delta blues; e poi, ovviamente, She Caught The Katy And Left Me A Mule To Ride – ennesima reinvenzione della topica dell’amore che se ne va, in questo caso saltando sul treno che collega Missouri, Kansas e Texas (Katy, appunto) – diventata il blues preferito di John Belushi e quindi portata in gloria dai Blues Brothers nel 1980.

Da qui in poi il percorso di Taj Mahal sarà ancora più eclettico ed il suo suono avrà dentro così tante coordinate da diventare una sorta di folk music definitiva.