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Four Tet – Morning/Evening

Four_tet_morning_eveningEcco il nuovo disco di Four Tet, rilasciato in questi giorni via bandcamp prima della data annunciata.
Si chiama Morning/Evening ed è fatto di due tracce, anzi di due lati, una poco sopra i 20′, l’altra poco sotto.

Morning è come svegliarsi e scoprirsi morti in un posto strambo fatto di ritmica incalzante, synth morbidi e un canto femminile (arabo?) presente come l’eco delle sirene di Ulisse.

È dritta, si increspa appena, svanisce in celestiali beep dai risvolti kraftwekiani e con il suono di un rimbalzo gommoso. È distante e incredibilmente vicina allo stesso tempo, minimale.

Evening si spande sulla soglia di una psichedelia molle, è meno nervosa ma piena di spazi e gocce e ancora voci lontane ed intermittenti. Sconfina nell’ambient e dissolve la ritmica in elettricità filamentosa: pare inutile inseguire un culmine, è staticità.

Uno dei grandi complimenti che poteva essere fatto a Four Tet sinora – quello di essere arrivato a somigliare solo a se stesso nonostante (o grazie al)le miriadi di influenze fagocitate – qui vale solo per metà viaggio, forse meno, perché il lato serale di Morning/Evening sembra a lungo azzerare le poliritmie e avvicinarsi al grado zero del suono, fino quasi ad annullarsi e perdersi in una chiesa sconsacrata.

Proprio quando sembrava doversi arrendere e smaterializzarsi, Four Tet piazza un’eco ritmica distante che con il trascorrere dei minuti (finali) si fa incombente. E quello che era quasi nulla diventa solo ritmo; mai frenetico o incontrollato, ma percussione pura, come se Burial avesse perso ogni profondità soul.

È il momento che manda a puttane la solennità.

La notte si accende, senza alcun senso, in lontananza.

Pare di girare attorno ad enormi capannoni zeppi di gente che balla, di girare a vuoto senza mai trovare l’ingresso.

Finché tutto non se ne va in un fade out meraviglioso.

Dopo 40′ si riacquistano le sensazioni corporee, inevitabilmente connesse al silenzio.

Nella testa una sola domanda: cos’è stato?

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