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Paul Weller – Studio 150

Anche prima di intraprendere il percorso solista che continua tutt’oggi, nelle sue precedenti incarnazioni (Jam, Style Council) – così come dal vivo – Paul Weller aveva spesso e volentieri reso più che manifeste le sue fonti di ispirazione / influenze / preferenze.

Ma piuttosto che raccogliere con comodo quelle cover sparse qua e là tra b-side, album tributo e altro materiale di secondo piano, ad un certo punto il Modfather prese i suoi sodali, fece armi e bagagli e si trasferì ad Amsterdam (che effettivamente non è mai una brutta idea, a prescindere) a registrare da zero un album.

Il perché è presto detto (e la ragione sta solo nel fatto che Weller, di per sé, sia tutt’altro che pigro): «era un’idea che mi girava in testa da quasi 10, 12 anni. E mi ha permesso di prendermi una pausa dalla scrittura, perché quello che stavo scrivendo non mi entusiasmava. E poi è una cosa divertente, senza pressione: una band che suona, il cantante che canta, tutto lì. Quanto ad Amsterdam, semplicemente volevo andare da qualche parte, ma non in America come fanno tutti. Volevo andare in un posto che non avevo ancora visto e che però fosse anche abbastanza vicino a casa».

L’esito di quella gita è Studio 150 (2014), che spazia in lungo ed in largo e che certamente finisce per riflettere la personalità eclettica del suo autore, ma che non è affatto una raccolta delle sue  canzoni preferite: «è concepito come un album, a tutti gli effetti, quindi abbiamo scelto brani che potessimo suonare bene e rendere nostri».

Questo approccio spiega l’assenza di Beatles e Kinks, l’inclusione di una b-side degli Oasis (nemmeno tra le più celebri, ma resa molto meglio dell’originale: One Way Road), il fatto che un brano scoperto all’ultimo dalla radio sia uno degli highlight del disco (If I Could Only Be Sure di Nolan Porter, che tra l’altro ai tempi incendiava i dancefloor Mod), il tentativo di appropriarsi al meglio di alcune canzoni immortali come All Along The Watchtower di Dylan (ne esce un gospel acustico da brividi), Birds di Neil Young (melodia perfetta per piano e voce, e infatti…) e Close To You scritta da Burt Bacharach e Hal David (con una bella accelerata) e – in generale – di darci sotto con il soul/funk grazie anche all’innesto di una sezione di fiati (tra tutte: la rilettura di Thinking Of You delle Sister Sledge è semplicemente irresistibile).

Studio 150 nasce (e rimane) leggero come un divertissement, e in questo è molto molto efficace. I suoi effetti terapeutici su Paul Weller e la sua scrittura si vedranno immediatamente nel successivo As Is Now.