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The Strokes – Comedown Machine

strokes_comedown_machineAttenzione: Comedown Machine non è una schifezza come si sente dire in giro, anzi.

E ha un suo fascino, e nemmeno tanto nascosto o fantasioso.

Mi sbilancio: le sue trame non sono lontane da Is This It – che non tornerà più, a proposito – ma cambiano decisamente gli ingredienti

E sì, è un disco che suona quasi come i Phoenix – ed è il secondo quest’anno, in compenso i Phoenix non si capisce che stiano facendo (ma questa è un’altra storia e magari ne parleremo altrove), quasi come i Duran Duran, quasi come gli a-ha.

Inizia con questo ritmo simil-paninaro (Tap Out), con le chitarre in levare e in evidenza sì, ma ancora di più la sezione ritmica minimale e flashata. Ed inizia ovviamente scazzatissimo.

E così  prosegue: in Comedown Machine gli Strokes si vestono di pelle, infilano gli stivaletti, jeans stretch, ma sono ben lontani dai capelli cotonati.
Si dipingono di un fascino maledetto e illuminato dalle luci al neon.
Ma questa rappresentazione degli anni ’80 – che arriva a due anni da Angles, che era una rivisitazione debordante della new wave dei Cars – è molto stilizzata e dinamica.

Le chitarre suonano spesso come raggi delle ruote di una bicicletta indecisa con in incastrato dentro qualcosa (50 50), Casablancas sforna melodie aggraziate (Partners In Crime, la stranissima, conclusiva Call It Fate Call It Karma, che viene direttamente da un carillon spaziale) in cui l’uso sei sintetizzatori non prende mai il sopravvento (ed è un pregio). Piuttosto sottolinea, colora, rende tutto irreale e sognante, persino dove il passato viene rievocato con più decisione (All The Time).

Questo non è un disco indeciso, come tutti quelli successivi al debutto, tutt’altro.
Anzi, ribalta le carte in tavola: siamo noi che stiamo ancora, irragionevolmente, aspettando un nuovo Is This It, non loro che non riescono a scriverlo.
E la domanda è: perché dovrebbero?

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