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Paul Weller – Wake Up The Nation

Il precedente 22 Dreams era stato un lungo tripudio di idee, un regalo indulgente che Paul Weller aveva fatto soprattutto a se stesso.

Due anni più tardi (2010), Wake Up The Nation schiaccia tredici tracce in 40′ traboccando di vitalità urgente e a tratti rabbiosa, così tanta ed intensa come non se ne sentiva in un album del Modfather dai tempi dei Jam.

È una suggestione rafforzata dalla presenza di Bruce Foxton al basso su Fast Car / Slow Traffic – lui e Weller insieme per la prima volta da quei tempi, ritrovatisi in un momento segnato dai rispettivi lutti (la moglie di Foxon, il leggendario padre/manager di Weller, entrambi scomparsi nel 2009) – ma che muove soprattutto dalla brillantezza indomita e la vena polemica che dominano Wake Up The Nation.

Un album duro, teso, che attinge a piene mani da cinquant’anni di suoni incredibili (il glam, David Bowie, il krautrock, le immancabili coordinate soul / r&b / funk e il mod-rock dei primi Who) e li inzuppa nella produzione visionaria di Simon Dine, rivestendoli di spunti elettronici e rimestandoli in una raffinatissima opera di cut & paste dalla quale esce un collage sonico da k.o.

«I’m schooled in the test of time», dice Weller in apertura, nel rock’n’roll futuristico di Moonshine (con tanto di Bev Bevan – The Move, Electric Light Orchestra – alla batteria), poi un attimo dopo rivela che qualcosa di questi tempi proprio non gli va giù («get your face off the Facebook and turn off your phone / the death of the post box, no one is home») e in fondo se Wake Up The Nation è un brano politico «con la “p” minuscola» (parole sue) è solo perché il Modfather stesso ha sempre ricondotto l’intero mondo che si muove con questo disco ad un qualcosa di estemporaneo: non era pianificato tornare a registrare (nasce da alcuni spunti propostigli da Dine), i testi sono per lo più improvvisati o quasi.

Ma per quanto dominati dall’ispirazione del momento, sono moltissimi gli spunti memorabili.

Trees raccoglie tre brani in uno – si passa dal doo-wop in bianco e nero suonato in uno scantinato fumoso, al puro technicolor chitarristico e di lì ad un brevissimo e fulminante canto funebre – ed è una tremenda riflessione sulla fine della vita: persone sospese, in attesa di andarsene, che ripercorrono la loro esistenza implorando di essere finalmente portate via verso un luogo dove nuovamente sentirsi forti e fieri.

Kevin Shields mette le sue chitarre cariche di effetti creando il caos psichedelico e strisciante di 7 & 3 Is The Striker’s Name (che prosegue il mood di Echoes Round The Sun di 22 Dreams), Two Fat Ladies è un bozzetto schizofrenico nel quale è facile rintracciare l’eco di Pete Townshend, così come quello di Always Crashing In The Same Car nella dolcissima elegia cosmica di Andromeda.

E poi ancora Aim High, blue-eyed soul che arriva almeno ai livelli toccati con gli Style Council, con tanto di inusuale falsetto; c’è No Tears To Cry che in qualche universo parallelo è roba di Amy Winehouse; c’è Find The Torch, Burn The Plan che è una specie di poesia patriottica su una melodia hooligan (e un intero negozio di giocattoli che ci si muove dentro / dietro).

In prospettiva, Wake Up The Nation è l’album più originale e coraggioso prodotto da Paul Weller nel corso degli anni ’10 (peraltro ricchi di altre notevoli perle: a doverne scegliere una, Saturns Pattern); per intensità e approccio creativo al rock’n’roll, sta lì a contendersi un posto al sole tra i migliori album inglesi di quel decennio.