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R.E.M. – Lifes Rich Pageant

rem_lifes_rich_pageant«Mostrai loro come fare dischi, e loro mi mostrarono qualcosa del loro stile zen che uso tuttora»: così Don Gehman ricorda quelle settimane in cui fu arruolato per produrre il seguito di Fables Of The Reconstruction.

Una scelta sorprendente, dato che Gehman era abituato a produrre John Mellencamp e per lui i R.E.M. potevano rappresentare, al più, un nome esotico sul curriculumpuntavo a vendite fra i 3 e i 5 milioni di copie, non 100mila!»).

La cosa però funzionò – molto bene – perché si era messo in testa di fare chiarezza nel suono della band e ci riuscì in pieno: a confronto dei dischi precedenti Lifes Rich Pageant suona brillante e cristallino (ma mai patinato).

Una pulizia che riesce mettere in luce tutti gli elementi, colorando la sezione ritmica senza piazzarla per forza in primo piano, valorizzando la chitarra di Peter Buck (su The Flowers Of Guatemala c’è addirittura un assolo!) e il suono dei molti strumenti di Mike Mills (per la prima volta alla voce nella sciocchissima Superman).

Gehman lavorò soprattutto per rendere al meglio la voce di Michael Stipe ma, con un po’ di presunzione, cercò anche di lavorare sui suoi testi (se non altro per capire come mai risultassero tanto enigmatici): «come quasi tutti gli autori di canzoni, era arrivato al punto in cui non c’era più bisogno di essere letterali, perché quei loro suoni evocativi toccano delle corde sensibili. Mi ricordo che ero con lui sul divano e discutevamo del fatto che io non capivo di cosa parlasse. Ricordo solo che continuava a venir fuori la parola “banale”. Non voleva scrivere testi banali, in altre parole cose letterali. Mentre tutto quello che chiedevo io era che, se proprio doveva essere metaforico, fosse anche sensato».

Pur riconoscendone l’ottimo lavoro, Stipe finirà per odiare questo produttore.

Ma il fatto di essere stato sfidato come mai era successo portò ottimi frutti: per la prima volta la sua voce è scintillante, il suo messaggio comprensibile; grazie a questo, Lifes Rich Pageant è un album di narrazioni troppo potenti e affascinanti per essere ignorate.

Nel pieno degli anni di Ronald Regan, Stipe offre una versione dell’America alternativa – e anzi completamente antitetica – a quella del suo quarantesimo presidente.

E se il messaggio di Fall On Me – che presto diventò la cosa più vicino ad una hit che R.E.M. avessero mai avuto sino a quel momento – è ancora contorto (pur se è innegabile l’efficacia del suo refrain ecologista: «dì al cielo di non cadermi addosso»), Cuyahoga denuncia esplicitamente lo scempio del fiume e la deportazione dei nativi americani, ma non abbandona la speranza: «uniamo le nostre menti / e fondiamo un nuovo Paese / i padri dei padri dei nostri padri ci hanno provato / hanno cancellato le parti che non gli piacevano / cerchiamo di ricostruirle».

Una esortazione che torna diverse volte (Begin The Begin, These Days, I Believe), accompagnata da un suono distinto e potente – una vera e propria chiamata alle armi – diretta, è lecito supporre, a risvegliare le coscienze dei giovani da una sponda all’altra degli States.

Con Lifes Rich Pageant – e con Micheal Stipe che da qui in poi predicherà, più che borbottare – i R.E.M. sembrarono svelare le loro intenzioni di arrivare al successo (qualunque cosa significasse nel 1986) ma anche di arrivarci a modo loro e senza compromettere le proprie idee (e tra queste, quella di  non puntare sull’immagine: v. il video realizzato per Fall On Me).
E anzi, proprio questo disco mostrerà a un’intera generazione come non vendersi in nome del successo, mischiando con efficacia – e senza retorica – politica e pop music (in modo del tutto simmetrico a quanto avevano fatto poche settimane prima gli Smiths con The Queen Is Dead).

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