Appunti Featured Main

R.E.M.: begin the begin

Totalmente a caso, qualche giorno fa siamo capitati su una vignetta pubblicata da Bastonate nell’ormai lontanissimo 2010, la cui sostanza era: Discoverer è la più brutta traccia iniziale mai sentita su un disco dei R.E.M.

Ci siamo chiesti se sia davvero così. E quindi – complice il fatto che Collapse Into Now si è poirivelato l’ultimo lavoro di Stipe & co. e la loro discografia è ormai ben cristallizzata – abbiamo provato a stilare una classifica delle tracce con cui cominciano i 15 album dei R.E.M., dalla peggiore alla migliore.

Un lavoro, ovviamente soggettivo, che aveva almeno due punti di approccio: valutare quei brani di per sé o valutare la loro efficacia come tracce di apertura? Abbiamo optato per entrambi i criteri, il che equivale a dire per nessuno dei due.

Ma ci siamo anche accorti che sono tutti formidabili e che ascoltare questi brani in ordine cronologico è una perfetta cartina tornasole dell’evoluzione dei R.E.M.: l’ingenuità gentile ed ideologica dei vent’anni, la maturità spaesata da una fama di proporzioni incalcolabili, il tentativo finale di tornare alle origini, o almeno a divertirsi tanto quanto allora.

15. Feeling Gravitys Pull (Fables Of The Reconstruction, 1985): i primi passi con cui inizia l’album più agonizzante, spaesato e meno empatico dei R.E.M. è anche il brano più prossimo al post punk di tutto il loro catalogo. Cinque minuti scuri, ossessivi, taglienti e ripetitivi chiusi da uno svolazzo d’archi che semplicemente boh.

14. Living Well Is The Best Revenge (Accelerate, 2008): un inizio feroce per un album furioso, parole lanciate da tutte le parti e chitarre fragorose. Ha il difetto di quel riff che è solo una breve variazione su un tema già sentito molte altre volte.

13. Pop Song 89 (Green, 1988): il riff che gira su se stesso e un’atmosfera apparentemente leggera, in realtà indecisa («should we talk about the weather? should we talk about the government?») esattamente come ciò che seguirà nei successivi 40′.

12. Discoverer (Collapse Into Now, 2011): ecco quindi che Discoverer non è “il peggiore” tra tutti gli esordi; anzi, suona come una chiamata alle armi ed è molto efficace. I colpi di batteria lì all’inizio, comunque, ben sintetizzano quanto più lento battesse il cuore dei R.E.M. a tre decenni da Radio Free Europe e tutta la distanza da allora.

11. Radio Song (Out Of Time, 1991): le voci (Michael Stipe è accompagnato da KRS-One), il ritmo complesso e colorato, gli archi; con l’orecchio di oggi suona tutto molto anni ’90 americani, no? Il nostro immaginario deve molto ai R.E.M., è merito loro e della la loro conquista del mainstream all’alba di quell’ultimo giro di millennio.

10. Leaving New York (Around The Sun, 2004): è una delle poche cose che si salvano su un disco altrimenti sottotono. Una pop song convincente, che racconta un addio emotivo ancor prima che fisico. L’effetto è straniante come vedere i titoli di coda all’inizio del film.

9. Finest Worksong (Document, 1987): quel riff lanciato in aria diventerà un marchio di fabbrica, mentre alle due note discendenti di basso è difficile abituarsi. Curioso che sia stato un album così strambo – in senso affascinante – ad accendere davvero, per la prima volta, i riflettori sui R.E.M.

8. Drive (Automatic For The People, 1992): una dichiarazione di intenti. Gli arpeggi, il basso che esita, gli archi che salgono come ad alzare il sipario man mano che la melodia cresce d’intensità. Drive è una specie di sogno melò improvvisamente proiettato in technicolor dalla elettrica di Peter Buck, uno che ha sempre dipinto la sua tela con fierezza anche quando non sembrava importare.

7. How The West Was Won And Where It Got Us (New Adventures In Hi-Fi, 1996): questa forse dovrebbe stare al primo posto, perché non esistono molti altri modi perfetti per introdurre un album che è un continuo susseguirsi di negativi sfocati e mossi. Quattro note sparse sul pianoforte, una melodia magnifica e un sacco di suoni a caso, Stipe che sussurra come a volerci cullare durante un viaggio nel cuore confuso del midwest.

6. The Lifting (Reveal, 2001): forse la più spensierata tra tutte. Introduce perfettamente un album che è un’estate stereofonica, ottimista, colorata. Una di quelle che il sole e l’umidità continuano a scherzare gli occhi e la vista fino a confondere realtà e visioni, il lutto e la vita, stagni con pozzanghere («Locked into the conference room, “We’re only what our minds assume…”, and rationale is leaving you…»). Non badate alla versione live, in genere troppo veloce: la vera The Lifting è quella su disco, da gustare un passo alla volta.

5. Harborcoat (Reckoning, 1984): accordi che rimbalzano in levare e poi una specie di country-rock cresciuto ad anfetamine, che si apre ad un ritornello corale. Trascinante a dir poco. Le armonie di Mike Mills sono una delle cose più straordinarie dei R.E.M. (in qualunque delle loro varie fasi).

4. Begin The Begin (Lifes Rich Pageant, 1986): «the insurgency began and you missed it», basterebbe questa frase per consegnare Begin The Begin all’immortalità; aggiungiamo anche il titolo, il fatto che si tratti di 3’30” distorti, con il feedback, con due notevoli scossoni prima del finale, con le parole di Stipe fino a quel momento più chiare (e figuriamoci). L’esordio perfetto per l’album più dichiaratamente politico dei R.E.M., qualcosa che nemmeno i vestiti sgargianti di molti anni più tardi riusciranno ad affievolire.

3. What’s The Frequency, Kenneth? (Monster, 1994): la sequenza di accordi fuzz, la voce che entra sul levare della battuta, l’incidente pop dal quale prende il titolo, un testo ceh tradisce l’insopportabile difficoltà di dare un senso alle cose, quel «withdrawal in disgust is not the same as apathy» che calza a pennello a Kurt Cobain e persino un breve, abbagliante assolo mandato al contrario. Serve altro?

2. Airportman (Up, 1998): senza dubbio il brano più etereo dell’intera discografia dei R.E.M. e, allo stesso tempo, quello che non potrebbe stare da nessun’altra parte se non all’inizio di un album. Quindi Airportman è semplicemente l’incipit perfetto, che in coda catapulta direttamente verso il dinamismo della traccia successiva (Lotus) e da lì verso tutto il lungo percorso di Up. Ma non solo. Vent’anni prima Brian Eno aveva creato una colonna sonora per affrontare la vita in aeroporto nella sua prospettiva più statica: l’attesa, la noia, il girare in tondo aspettando di decollare. I R.E.M. qui creano una mini suite che contempla all’ininterrotta laboriosità di quei luoghi affascinanti.

1. Radio Free Europe (Murmur, 1983): se Airportman è l’incipit perfetto in senso relativo –  da lì si entra in Up e nella terza vita dei R.E.M. – Radio Free Europe lo è in senso assoluto. È il brano che dà il via alla loro intera discografia e, quantomeno con la prospettiva di oggi, lo fa in senso molto paradigmatico: annunciata da un mormorio noise, improvvisamente tre colpi secchi e poi il basso che sale e scende, si contorce sulla chitarra incalzante e Stipe che declama (forse) «decide yourself if radio’s gonna stay / reason: it could polish up the gray». È tutto quello che sarebbe accaduto nei tre decenni successivi: il dinamismo, il mistero, il rapporto con i media ed il mainstream, la santificazione del messaggero, la sua gogna ed il suo riscatto.