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Burial – Tunes 2011-2019

Nel corso del decennio appena andato, Burial ha ostentatamente evitato di dare un seguito ad Untrue ed ha preferito pubblicare una manciata di singoli / ep (sempre sotto Hyperdub).

Ora mette insieme tutto quel materiale in Tunes 2011-2019, che tiene fuori solo le collaborazioni con Thom Yorke e Four Tet, e Rodent (2017).

Considerato che lui stesso ha scelto in quale ordine disporre oggi queste tracce, è difficile pensare a questa uscita come una semplice raccolta con intenti meramente compilativi. Piuttosto, sembra stia ci sia finalmente mostrando il puzzle completo.

La prima cosa che si nota è che Tunes 2011-2019 va in ordine inverso: prima State Forest e Claustro (2019) sono due parentesi che racchiudono la produzione di Burial dal 2017 indietro fino al 2013: Beachfires / Subtemple, Young Death / Nightmarket, la straordinaria tripletta di Rival Dealer. Dopo, gli anni 2012 e 2011 di nuovo a ritroso: Kindred, Truant / Rough Sleeper, Street Halo.

Il risultato? All’inizio sembra di vagare nel nulla più inquietante e desolato. Solo quando si approda dalle parti di Nightmarket, cioè dopo mezz’ora abbondante, sembra di scorgere i toni di un’alba. Un grande azzeramento ritmico che è spezzato dalle aperture estatiche di Hiders e Come Down To Us e ancora di più da Rival Dealer, che arriva ipercinetica ed orgiastica un attimo prima che Claustro soffochi tutto, come terriccio umido buttato su ceneri ancora ardenti.

Il materiale prodotto a ridosso degli anni zero, invece, è più facilmente riconducibile a Burial e Untrue: soul urbano dai contorni rovinati, la continua sensazione di essere lasciati fuori dalla festa, trasportati da pensieri smarriti e sinuosi.

E quindi, ascoltando Tunes 2011-2019 al contrario, si può tracciare il percorso che In dieci anni ha portato Burial verso la sua attuale visione, che sembra profondamente diversa da quella degli inizi, quantomeno nel senso che oggi dalla claustrofobia pare non esserci via d’uscita.

Ma queste tracce – in qualunque ordine – sono lo specchio di un decennio rabberciato, nel quale si è vagato con una certa arrendevolezza, trasportati dagli eventi o anche solo incostanti, perdendo il filo e realizzando improvvisamente che un senso – prima di tutto emotivo e sempre ammesso che ci sia – lo si potrà trovare solo in prospettiva, quando la giusta distanza temporale lo permetterà. Cioè quando sarà probabilmente troppo tardi.