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Cover Versions 009: Galaxie 500

Dean Wareham, Damon Krukowski e Naomi Yang, tutti laureati ad Harvard (no joke), produssero giusto tre album dal 1988 al 1990 e tanto bastò: i Galaxie 500 divennero puro culto, ma il loro catalogo minimale è fatto anche di cover molto particolari, selezionate con cura, che divennero parte organica della loro discografia.

Don’t Let Our Youth Go To Waste (The Modern Lovers, 1981): l’originale è praticamente uno sketch esistenzialista in cui per 1’40” Jonathan Richman nemmeno canta, ma accenna un motivetto apparentemente senza capo né coda. Quella che compare su Today, quindi, è un’invenzione musicale al 100% da attribuire ai Galaxie 500, che trasformano quella specie di lamento in un’epopea di chitarre distorte e tamburi violentissimi. Su Uncollected (raccolta di rarità pubblicata nel 2004) ce n’è una versione dal vivo intersecata con Rain (Beatles) che è uno spettacolo nello spettacolo.

Isn’t It A Pity (George Harrison, 1970): è uno dei vertici assoluti di All Things Must Pass, cioè il lavoro più straordinario dell’ex Fab Four; questa rilettura, che chiude On Fire, è tanto rispettosa quanto elettrica e le parole di George Harrison – spogliate di ogni orpello acustico – rimbombano di una essenzialità inedita e nervosa.

Final Day (Young Marble Giants, 1980): è strano perché l’originale sembra una cosa che i Galaxie 500 ben avrebbero potuto partorire, con la chitarra appena accennata e pochissimo altro, ma loro decidono di farne un singalong acustico a metà via tra una canzone natalizia ed una buona per essere cantata in coro da settantamila persone in uno stadio.

Here She Comes Now (The Velvet Underground, 1968): è poco più di una filastrocca anche quella che Lou Reed mise in bocca ai suoi Velvet Underground, però per le mani dei Galaxie 500 sembra la pietra angolare di tutto lo slowcore.

Ceremony (Joy Division / New Order, 1981): l’anello di congiunzione tra i Joy Division e i New Order è di per sé lo spartiacque tra l’esistenzialismo oscuro di una parte dei ’70 e quello che diventerà l’edonismo tipico degli anni ’80. La versione che ne danno i Galaxie 500 è metallo che risplende vivo e scintillante.

Listen, The Snow Is Falling (Yoko Ono & The Plastic Ono Band, 1971): l’originale sta sul lato b di Happy Xmas (War Is Over), ed è il miglior brano che Yoko Ono abbia mai scritto ed interpretato (ed anche uno dei pochi che si possano definire tali), soprattutto perché mostra che non sapeva solo strillare in preda a manie artistoidi. I Galaxie 500 ne lasciano inalterata la delicatezza etera (merito da attribuire alla voce di Naomi Yang), anche quando il minutaggio sarebbe ormai finito e ci giocano su con le chitarre per altri quattro minuti. La neve di Yoko era soffice e quasi romantica, loro ci mettono un alito di vento a spostarla più in là.

Victory Garden (The Red Krayola, 1968): fu solo al terzo album che i Red Krayola presero in mano strumenti convenzionali e lo fecero – tra l’altro – uscendosene con questi due minuti scarni riuscendo a mettere insieme un tale Adolf con una una vergine severa che stravedeva per lui; un’occasione troppo ghiotta e strampalata per Wareham, Krukowski e la Yang; nelle loro mani sembra una vera canzone!

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Nelle puntate precedenti:
Cover versions 001: Verdena 
Cover versions 002: Bruce Springsteen 
Cover versions 003: The Black Keys 
Cover versions 004: Paul Weller
Cover versions 005: R.E.M.
Cover versions 006: Johnny Cash
Cover versions 007: The Clash
Cover versions 008: The Who