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Cover Versions 006: Johnny Cash

C’è una scena, nella graphic novel Cash – I See A Darkness, in cui l’ormai canuto Uomo In Nero si rivolge a Rick Rubin, tutto intento a proporgli brani da interpretare, e gli dice: «va be’, tanto io faccio qualunque canzone».

Johnny Cash alle prese con composizioni altrui non è solo American Recordings, la fortunata serie di dischi incisa sotto la guida del produttore che lo riportò sulla cresta dell’onda da metà anni ’90 e fino alla sua scomparsa nel 2003.

Tutt’altro: la sua discografia ne è zeppa al punto da poter affermare che Cash è stato anzitutto un superbo interprete; facile e scontato cosa abbia sempre aggiunto agli originali: dramma e consunzione, anche se c’erano già, e spesso quel suo sound tagliente ed affilato che sapeva farsi dolce in un istante.
Con qualche sorpresa, raccogliamo qui le nostre preferite, ma altrettante ne lasciamo fuori: buona caccia.

Ring Of Fire (Anita Carter, 1962): sì, se dovessero chiedervi a bruciapelo di citare un brano di Johnny Cash probabilmente sarebbe di questo (o di Walk The Line); si tratta però del rifacimento di una canzone scritta e pubblicata un anno prima appena da Anita Carter – con la complicità della sorella e futura moglie di Johnny, June. L’immortalità arriva quando Cash ci mette la voce roca e maledetta e ravviva la melodia con i fiati, creando il paradigma del sound country & western moderno.

Don’t Think Twice, It’s All Right (Bob Dylan, 1963): in Orange Blossom Special (1964) Cash rifà Dylan prima dei Byrds, mettendo nel suo ventunesimo album (!) Mama You’ve Been On My Mind, It Ain’t Me Babe e questa, asciugata dall’originale arpeggio e rassegnata. Ancora da The Freewheelin’ Bob Dylan i due ripescheranno una leggendaria versione di Girl From The North Country (per non parlare di Blowin’ In The Wind) e, in generale, collaboreranno dalla metà anni ’60 e oltre: il tutto è documentato nell’album The Singer And The Song – 50 Original Recordings.

Redemption Song (Bob Marley, 1980): sta nel cofanetto postumo Unearthed e si tratta di un duetto con Joe Strummer (che la registrò anche da solo e finì pubblicata in Streetcore, anch’esso postumo), ma probabilmente l’Uomo In Nero non si trovò gran bene con l’ex Clash e – a quanto pare – rifiutò di incidere Long Shadow, che Joe aveva scritto per lui. Qui lo strano classico di Bob Marley non viene stravolto, ma rimane un bozzetto acustico interpretato da due voci ribelli, divise solo da un paio di generazioni.

Hurt (Nine Inch Nails, 1994): la più famosa interpretazione tra le più recenti, tanto inflazionata quanto impossibile da tralasciare; c’è una intera letteratura su Hurt e sul fatto che, completamente a nudo, il suo minimalismo riesca ad enfatizzare questa parabola di disperazione tossica sorpassando di molto l’originale dei Nine Inch Nails. Ancora una volta Cash canta la disperazione, scevra da ogni melodramma, potente come uno schiaffo e fragile come una vena.

Call Me The Breeze (J.J. Cale, 1972): perdonateci, questa probabilmente è la più stralunata; d’altra parte siamo nel 1988, un periodo più che buio per Johnny Cash il quale, però, tiene famiglia e pubblica un disastro disco non casualmente intitolato From The Wells Of Home nel quale collabora – oltre che con Paul McCartney, Lucinda Williams e Hank Williams Jr. – con gran parte della sua famiglia e in particolare con il figlio John. Ne esce questa versione del brano con cui di J.J. Cale aveva aperto il suo esordio Naturally: un’accozzaglia country che si fa un baffo del folgorante originale e una performance televisiva ridicola (al netto dello stile del periodo, inguardabile il monociglio del figlioletto).

Have You Ever Seen The Rain (Creedence Clearwater Revival, 1971): ancora i bui anni ’80, che diavolo significano quelle tastiere e quell’eco sulla voce? Però ecco, se c’è qualcosa da salvare da Rainbow (1985) è proprio questa cover dei Creedence Clearwater Revival.

I’m On Fire (Bruce Springsteen, 1984): sta su Badlands: A Tribute to Bruce Springsteen’s Nebraska, raccolta pubblicata nel 2000 dalla Sub Pop. Cash toglie ogni urgenza notturna che animava il classico di Springsteen e lo rilegge in chiave cowboy, placidamente cavalcando verso il tramonto, verso la sua donna, forse senza crederci troppo. Comunque I’m On Fire non sta su Nebraska – nonostante il titolo dell’album tributo in cui questa versione è stata inserita – ma su Born In The U.S.A.; per ascoltare Cash alle prese con le canzoni di Nebraska procuratevi  Johnny 99, album del 1983 dove inserì Highway Patrolman e (appunto) Johnny 99.

I Got A Woman (Ray Charles, 1954): nel 1967 Johnny Cash e June Carter pubblicarono Carryin’ On with Johnny Cash And June Carter, un album di duetti dal quale ripescarono sempre – insieme, dal vivo – soprattutto Jackson. Ma in quell’album ci sono anche due classici di Ray Charles, questo e  un po’ a sorpresa What I’d Say. Incalzante, rilassato: è il Cash più solare che si possa trovare.

Rowboat (Beck, 1994): mettiamola così, forse Beck non aveva in testa Johnny Cash quando ha scritto questa canzone ma è perfetta e infatti Cash quasi la tocca piano piano (ma accompagnato da Tom Petty & The Heartbreakers), è già sufficientemente country. Delicatissima, sta su Unchained (1996) e l’originale su Stereopathetic Soulmanure (1994), pubblicato appena una settimana prima di Mellow Gold.

One (U2, 1991): così il classico degli U2, tolto di mezzo ogni tono elegiaco, sta alla pari della rilettura di Hurt. «But it’s too late, tonight, to drag the past down into the light…» cantato da un uomo consapevole dell’imminenza della propria morte è roba da brividi.

The First Time Ever I Saw Your Face (Roberta Flack, 1969): il ricordo alla fine del cammino; lento, con l’eco sulla voce e l’organo funereo. Potentissima.

Personal Jesus (Depeche Mode, 1990): è una versione molto gagliarda, con John Frusciante alla chitarra; il punto è che mette in luce la bellezza scarna del brano, con una frase di piano che pare un ricorso arreso ed affiorato chissà come, portandola altrove.

I Won’t Back Down (Tom Petty, 1989): il mood è fresco e fiero, ma è difficile decontestualizzare la scelta di questo brano del repertorio di Tom Petty (nel video accompagnato da Jeff Lynne, coautore, George Harrison, Mike Campbell e.. Ringo Starr!) dalla sofferenza crepuscolare dell’ultimo Johnny Cash.

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Nelle puntate precedenti:
Cover versions 001: Verdena 
Cover versions 002: Bruce Springsteen 
Cover versions 003: The Black Keys 
Cover versions 004: Paul Weller
Cover versions 005: R.E.M.

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