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Cover Versions 007: The Clash

È mai esistita una band di bianchi che ha compreso e suonato il reggae meglio dei Clash? (è mai esistita una band migliore dei Clash? Pochissime, anyway.)
Certo: poco importa il ritmo, la visione politica di Strummer, Jones, Simonon e Headon era capace di assimilare qualunque cosa, vedi un brano come Washington Bullets.

Ma nella Londra di metà ’70 la comunità punk e quella giamaicana scoprirono di avere molto in comune e un anello di congiunzione speciale: Don Letts (lui stesso ha spiegato tutto rovistando tra i dischi di John Peel un anno fa).
Pochi però si spinsero così tanto verso i Caraibi come i Clash e nessuno in quel contesto, comunque, ebbe mai la mente sgombra da pregiudizi quanto loro.

Abbiamo scelto le loro migliori reinterpretazioni.

Police And Thieves (Junior Murvin, 1976): la prima cover mai messa su disco dai Clash è uno schiaffo in faccia alle regole che la scena punk tendeva ad imporre. Dove sta il volume? Dove sta la velocità? Che c’entra con Londra una canzone registrata uscita l’anno prima da quel postaccio che erano i Black Ark Studios di Lee Perry? C’entra eccome! Antesignani della globalizzazione, Strummer e soci avevano le orecchie sempre tese e avevano compreso che i Giamaicani lottavano per gli stessi ideali, solo a latitudini diverse. E poi il basso sbarazzino, l’assolo scalcinato, il cantato che pare di corsa: non c’è nulla che richiami la morbida accusa di Junior Murvin.

The Man In Me (Bob Dylan, 1970): di questa versione del Dylan di New Morning è rimasta solo una demo, rintracciabile sui famigerati Vanilla Tapes, cioè le prime registrazioni di London Calling (tutto il lavoro dei Clash nel giugno / luglio 1979 ai Vanilla Studios di Londra fu smarrito da un roadie , almeno fino a quando nel 2004 Mick Jones non ne trovò una copia in soffitta, ed è stato pubblicato nella deluxe edition celebrativa dei 25 anni del disco); il suono è quindi sporchissimo, la voce di Joe Strummer sepolta, ma della ballata di Dylan non rimane comunque molto: i Clash la trasformano in un white reggae che non avrebbe sfigurato accanto agli altri brani dell’epoca… ovviamente per i titoli di apertura de Il Grande Lebowski è stata scelta l’originale.

Revolution Rock (Danny Ray And The Revolutionizers, 1976): visto il contesto in cui Strummer, Jones e Simonon misero insieme la band non deve stupire più di tanto la scelta di reinterpretare questo brano di Danny Ray, giamaicano trapiantato a Londra a metà anni sessanta e addirittura per un periodo arruolato nella Royal Air Force; non si va molto lontani dall’originale, ma il tutto sta nel mantenere intatta la vibrazione: il risultato è uno dei brani più avvincenti di London Calling.

Time Is Tight (Booker T. & The MG’s, 1968): l’originale sta sulla colonna sonora del film Up Tight, la cover che ne fecero i Clash apparve per la prima volta su Black Market Clash, compilation di varie rarità destinata al mercato nordamericano nell’ottobre del 1980 (Super Black Market Clash, del 1993, ne è una riedizione con diverse aggiunte). Ben più spigolosa del classico gommoso di Booker T. & The MG’s – e priva della lunga intro – va segnalata anche perché inclusa dal batterista Topper Headon nel suo album Waking Up, pubblicato nel 1986.

Pressure Drop (Toots & The Maytals, 1969): la versione originale, uscita dalla penna di Toots Hibbert, è oggettivamente inarrivabile; ma è così che i Clash scelgono di movimentare il lato b di English Civil War (a sua volta un adattamento della canzone popolare Johnny Comes Marching Home), con una rilettura del classico giamaicano che paga un po’ la produzione americana del periodo; sarebbe interessante sapere come sarebbe uscita qualche mese dopo, durante le sessioni di London Calling.

Police On My Back (The Equals, 1967): è ingeneroso dire che il motivo per cui ogni tanto qualcuno si ricorda degli Equals è questa cover? Non troppo, nonostante i londinesi non ebbero vita breve a cavallo tra i ’60 e i ’70 e raggiunsero un discreto successo con Baby Come Back. Però ecco, è il classico caso in cui l’originale scompare del tutto, soprattutto grazie alle chitarre squillanti scelte dai Clash su in disco altrimenti incentrato su altro (Sandinista), la voce (di Mick Jones) e l’interpretazione assolutamente credibile. Su Live At Shea Stadium potete ascoltarla in tutto il suo fragore, interrotta da Strummer che inveisce contro il pubblico.

Armagideon Time (Willie Williams, 1978): sempre in quel Live At Shea Stadium c’è un momento in cui i Clash attaccano per un paio di minuti The Magnificent Seven («a kind of black.. new york rhythm we stole one night…»), poi Strummer raccomanda al pubblico di allacciarsi le cinture «vi portiamo in Giamaica! One-two-three-foooour….!» e da un’attimo all’altro, come una molla, tutta la band rimbalza all’unisono sul basso di Simonon et voilà, davvero la Giamaica, davvero il ritmo roots di  Armagideon Time; e ritorno a concludere su The Magnificent Seven.

Up In Heaven (Not Only Here): direte voi, non è una cover. Sì e no. Nel senso che questo brano di Sandinista cita direttamente United Fruit di Phil Ochs, misconosciuto folksinger del Greenwich Village che amava – nonostante tutto – definirsi un «singing journalist» e dimostra che lo sguardo dei Clash si estendeva ben oltre i saltellanti ritmi caraibici.


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Nelle puntate precedenti:
Cover versions 001: Verdena 
Cover versions 002: Bruce Springsteen 
Cover versions 003: The Black Keys 
Cover versions 004: Paul Weller
Cover versions 005: R.E.M.
Cover versions 006: Johnny Cash

1 comment on “Cover Versions 007: The Clash

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