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Best Of 2018

Annata indecisa anche il 2018, perché mi sono trovato dentro ad un sacco di album ed è difficile stilare una top 10 in ordine di gradimento. Ci provo ugualmente e al primo posto metto 2002-2017 di Against All Logic, cioè Nicolas Jaar (1); in quell’orizzonte lui non è nemmeno tra i miei preferiti, ma ha tirato fuori un disco sorprendente e che sta ancora lì a girare nelle occasioni più disparate: è catchy senza ruffianeria, è interessantissimo ma non cervellotico.

Poi Shinichi Atobe: per Heat (2) – che vive di un livello di astrazione notevole, nonostante i bpm – e anche perché quell’album è stato anche andare a ritroso nella sua discografia misteriosa, e adoro i misteri. Facciamo un podio tutto un po’ così e mettiamoci Compro di Skee Mask sul gradino più basso (3), per l’esistenzialismo e per Flyby VFR che da sola vale almeno il prezzo del doppio vinile. Un millimetro più sotto (4) Janelle Monáe: Dirty Computer finora è la sua cosa definitiva, uno statement potentissimo, una rivendicazione di femminilità avvincente, divertente e irriverente, che trascende generi, razze, preconcetti ed ogni formalismo #metoo.

E sì, dopo i due ottimi ep i Rolling Blackout Coastal Fever non mi hanno deluso sulla lunga distanza: in Hope Downs (5) c’è praticamente tutta la guitar music di cui ho avuto bisogno fino a ieri, ad eccezione di Give Out But Don’t Give Up: The Original Memphis Recordings (6); un’opera completamente nuova rispetto alla versione pubblicata dai Primal Scream nel ’94, nella mia testa è l’album più autenticamente soul/r&b (che un gruppo di bianchi abbia concepito) dai tempi di Exile On Main St.

Ho ancora nel cervello l’intero Egypt Station di Paul McCartney (7): è così che si fa il pop, cazzo! Credo sinceramente che ci si accorgerà tra molti anni del significato delle NTS Sessions degli Autechre e i pochi che ci arriveranno si saranno armati di tanta pazienza e dovranno riprendersi per diversi giorni (8). Avevo sperato che i Dragon Inn 3 producessero un intero album da quando ero rimasto folgorato da Up In The Business; ho custodito gelosamente quel brano per sei anni e poi finalmente è arrivato Double Line (9) che è praticamente un sogno bagnato da rifare da capo ogni mezz’ora, al di là di ogni suggestione data da Stranger Things e certi suoni che ha portato con sé.

Tra tutti gli album solisti di Johnny Marr, Call The Comet (10) è quello che finora ho preferito di meno, per una certa tendenza a sollevare lo sguardo altrove più che concentrarsi sull’immediato. Ma ascolto dopo ascolto questa apparente debolezza è in realtà il suo spessore: un messaggio, una visione trascendentale, una chiamata alle armi.

-P

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-Nd